Si conclude con una condanna per discriminazione e un risarcimento pari a 6mila euro, la vicenda che ha visto coinvolto lo chef Paolo Cappuccio che lo scorso luglio si era ritrovato al centro di furiose polemiche. Cappuccio su Facebook aveva scritto di voler selezionare uno chef, tre capi partita ed un pasticcere, da dicembre a fine marzo, per lavorare in un hotel 4 stelle di Madonna di Campiglio, in Trentino. Fino a qui tutto bene.Poi la parte che ha portato lo chef in tribunale, nel messaggio c’era scritto che dalla selezione erano esclusi “comunisti/fancazzisti” o “persone con problematiche di alcol droghe o orientamento sessuale”. Il testo, che era stato poi rimosso dai social, è stato definito discriminatorio dal Tribunale di Trento. Una conseguenza del ricorso presentato dalla Cgil del Trentino, assistita dagli avvocati Giovanni Guarini e Alberto Guariso.“La giudice Giuseppina Passarelli – sottolinea la Cgil del Trentino – ha riconosciuto il carattere discriminatorio delle affermazioni, sostenendo che quelle parole costituiscono una discriminazione in materia di occupazione, in quanto stabiliscono una distinzione tra lavoratrici e lavoratori basata non su ragioni oggettive, impersonali e tecniche, ma su questioni che attengono la sfera personale dell’individuo. Queste dichiarazioni, ha chiarito la giudice, sono idonee a dissuadere le persone a presentare la propria candidatura”.Secondo la giudice “il fatto che il post sia stato, poi, rimosso e che l’annuncio non avesse alcuna finalità selettiva di personale non elidono la portata dissuasiva delle affermazioni, amplificata dai mezzi di comunicazione utilizzati che ne hanno concretato una rapida ed ambia diffusione tra il pubblico. La circostanza riferita dal resistente, secondo cui le sue opinioni non fossero sorrette da pregiudizi, ma esprimessero un giudizio su di una più evidente propensione al lavoro di determinate categorie di persone, piuttosto che altre, comporta comunque l’introduzione di criteri differenziali tra lavoratori aventi determinati requisiti, non fondate su titoli o dati curriculari, quanto su componenti che investono la sfera personale dell’individuo, in cui sono ricomprese le opinioni politiche e l’orientamento sessuale”.Vi è inoltre un contrasto con i principi di eguaglianza e solidarietà sanciti dalla Costituzione che ‘non tollerano pregiudizi di sorta, vincolando l’iniziativa privata al rispetto dell’utilità sociale’. La sentenza ha inoltre ammesso il titolo di Cgil ad agire in ricorso per tutelare un interesse collettivo, che riguarda cioè non una singola specifica persona, ma un gruppo potenziale di individui, cioè lavoratrici e lavoratori.“Non possiamo che dirci molto soddisfatti della decisione del Tribunale – ammette Manuela Faggioni, che per la Cgil del Trentino ha anche la delega alle pari opportunità – Abbiamo scelto di presentare ricorso in coerenza con i nostri valori e con quanto prevede lo Statuto del nostro sindacato. Noi ci battiamo contro ogni forma di discriminazione. Quelle parole sono state inaccettabili. Un lavoratore e una lavoratrice possono essere giudicati per le loro capacità professionali e le loro competenze, non certamente per la loro appartenenza politica o sindacale, né tanto meno per il proprio orientamento sessuale. E’ grave inoltre pensare e scrivere che chi si riconosce in pensieri politici di sinistra o non sia allineato ai gusti eterosessuali o peggio voglia far valere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sia un nullafacente”, conclude la sindacalista.L'articolo “No a comunisti/fancazzisti” o a “persone con problematiche di alcol droghe o orientamento sessuale”, chef Paolo Cappuccio condannato per discriminazione proviene da Il Fatto Quotidiano.