“Abbiamo acquisito ulteriori prove che, per il momento non posso rivelare, le quali a nostro avviso confermano l’ipotesi che Guido Oppido abbia accettato il rischio che Domenico potesse morire, non facendo tutto ciò che era nelle sue possibilità per evitarne il decesso”. È una dichiarazione dell’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori del piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio scorso dopo un fallito trapianto, che ipotizza un dolo eventuale nel caso del bimbo di 2 anni e 4 mesi a cui il 23 dicembre del 2025 era stata impiantato un cuore “bruciato” dal ghiaccio in cui era stato conservato dopo il prelievo a Bolzano. Le parole del legale segnano un ulteriore irrigidimento della posizione della famiglia, che non si limita più a ipotizzare errori o omissioni, ma introduce esplicitamente uno scenario più grave: quello della consapevole accettazione del rischio di morte da parte del chirurgo che ha eseguito l’intervento.L’impianto accusatorio della famigliaSecondo la ricostruzione dell’avvocato Petruzzi, gli elementi raccolti finora non sarebbero compatibili con una semplice evoluzione clinica sfavorevole. Al contrario, rafforzerebbero l’idea che durante e dopo il trapianto non siano state messe in atto tutte le strategie terapeutiche disponibili per salvare il paziente. Quando il contenitore con l’organo, donato dalla famiglia di un bimbo della Val Venosta di 4 anni, fu aperto tutti si resero conto che era “inglobato in un blocco di ghiaccio”. Il legale sostiene inoltre che il quadro clinico successivo all’intervento sarebbe stato gestito secondo una logica definita “di medicina difensiva”, nella quale alcune decisioni potenzialmente salvifiche sarebbero state escluse o non adeguatamente considerate. In particolare, viene richiamata la mancata adozione di terapie alternative che, secondo la famiglia, avrebbero potuto rappresentare un’opzione concreta nel trattamento delle complicanze post-trapianto.Il nodo del comportamento medicoAl centro delle contestazioni resta il comportamento dell’équipe cardiochirurgica guidata da Guido Oppido. Secondo la famiglia, non si tratterebbe soltanto di valutazioni cliniche difficili in un contesto ad alta complessità, ma di scelte che avrebbero inciso in modo determinante sull’esito finale. La linea difensiva della famiglia punta a dimostrare che il decorso negativo non sia stato inevitabile, ma il risultato di una serie di decisioni che avrebbero ridotto le possibilità di sopravvivenza del piccolo paziente. In questo contesto, il concetto di “accettazione del rischio” assume un peso centrale, perché sposterebbe l’inquadramento della vicenda da un’ipotesi di colpa medica a scenari giuridici più gravi, nei quali la consapevolezza del possibile esito letale diventa elemento rilevante. Certo è che la catena di errori è iniziata a Bolzano, quando il team dell’ospedale Monaldi – guidato dalla cardiochirurga Gabriella Farina – prelevò l’organo. Che fu ricoperto dal ghiaccio fornito dal personale del San Maurizio.Il richiamo al caso ThyssenKruppPer rafforzare la propria tesi, il legale ha richiamato il precedente ThyssenKrupp, uno dei casi più noti della giurisprudenza italiana in tema di responsabilità per eventi mortali sul lavoro. In quel procedimento, la Corte aveva affrontato il tema del cosiddetto dolo eventuale, ossia la possibilità che i vertici aziendali abbiano accettato il rischio di eventi letali pur di non adottare misure di sicurezza più onerose. Petruzzi sottolinea come, a suo avviso, un ragionamento analogo potrebbe essere applicato anche in ambito sanitario qualora venisse dimostrato che il rischio di morte era non solo prevedibile, ma consapevolmente tollerato. Nel caso del rogo che uccise sette operai la Cassazione ha emesso condanne per omicidio colposo, omissioni di cautele antinfortunistiche e incendio colposo aggravato. Sul fronte giudiziario, la Procura di Napoli procede con un’indagine per omicidio colposo in concorso a carico di sette medici coinvolti nella gestione del trapianto.L’inchiesta sta esaminando in modo dettagliato l’intera catena dell’intervento: dalla selezione dell’organo prelevato a Bolzano, alla sua conservazione e trasporto verso Napoli, fino alla fase chirurgica e alla gestione post-operatoria nel reparto di cardiochirurgia del Monaldi. Per chiarire ogni passaggio è stato disposto dal giudice per le indagini preliminari un incidente probatorio con l’affidamento a un collegio di periti di dodici quesiti tecnici. Le domande riguardano, tra l’altro, la qualità del cuore trapiantato, le condizioni di trasporto, la tempistica delle decisioni chirurgiche e la gestione delle complicanze successive all’intervento.L'articolo Cuore “bruciato”, l’avvocato Petruzzi: “Abbiamo prove che il cardiochirurgo accettò il rischio che Domenico Caliendo morisse” proviene da Il Fatto Quotidiano.