Al Nazareno c’è già chi misura le tende di Palazzo Chigi. È il grande classico della politica italiana: prima si contano i ministeri, poi – forse – si cercano i voti. E nel centrosinistra questa tendenza assume sempre un tono quasi artistico, perché riescono a discutere di equilibri di governo quando ancora non esiste né una coalizione definita né un programma condiviso né una leadership davvero riconosciuta da tutti.I retroscena riportati dal Foglio raccontano di una Elly Schlein che starebbe già ragionando sul suo personale manuale Cencelli: un ministero ai piccoli alleati, due caselle ad Avs, il peso dei Cinque Stelle da decidere più avanti, magari dopo aver capito chi comanda davvero. Giuseppe Conte da tenere possibilmente fuori dall’esecutivo, magari con una carica di prestigio purché non troppo vicina al centro del potere. Insomma, la geografia del futuro governo è già disegnata. Peccato manchi ancora un dettaglio: vincere le elezioni.È sempre sorprendente osservare la distanza tra la realtà e l’autonarrazione del campo progressista. Da una parte si racconta di un vento favorevole, di manager pubblici pronti a bussare alla porta della segretaria dem, di pezzi di establishment già intenti a riposizionarsi. Dall’altra c’è un’alleanza che continua a muoversi al rallentatore, con tavoli rinviati, incontri spostati, diffidenze reciproche e una competizione interna mai davvero sopita. Il caso Silvia Salis è emblematico. Viene descritta come una variabile imprevedibile, una figura da monitorare, quasi un’incognita capace di scompaginare i piani. Il fatto stesso che al Nazareno ci si interroghi su come fermarla o neutralizzarla la dice lunga sul clima interno. Altro che coalizione pronta a governare: qui siamo ancora alla gestione delle ansie domestiche. Leggi anche:Silvia Salis tumula la sinistra: quella frase su Schlein e Conte che certifica il caosE poi c’è il rapporto con Conte, il convitato di pietra di ogni strategia progressista. Il leader del Movimento 5 Stelle è troppo forte per essere ignorato, troppo ingombrante per essere accolto serenamente, troppo competitivo per essere considerato un alleato lineare. Il Pd sa di averne bisogno, ma teme di restarne schiacciato. Conte sa che senza di lui la sinistra fatica a essere competitiva, e usa questa consapevolezza come leva negoziale. Non è un matrimonio politico: è una convivenza diffidente.Nel frattempo, le grandi iniziative annunciate da Schlein evaporano con una certa rapidità. La manifestazione per la pace e la giustizia sociale, lanciata con enfasi, è finita nel limbo delle cose dette e non fatte. Anche qui il problema è sempre lo stesso: la politica ridotta a slogan e comunicazione, senza la fatica organizzativa e senza la sostanza necessaria per trasformare un annuncio in mobilitazione reale. Ed è proprio su questo terreno che Elly rischia seriamente di andare a sbattere. Perché la politica può vivere per qualche settimana di suggestioni mediatiche, di sondaggi favorevoli, di entusiasmi da salotto. Ma quando si avvicina il voto, gli elettori chiedono altro. Chiedono cosa pensi di fare con il lavoro che manca o paga poco. Chiedono come intendi affrontare la pressione fiscale. Chiedono risposte su immigrazione, sicurezza urbana, sanità pubblica, scuola, energia, industria, infrastrutture. Chiedono, in una parola, governo.E qui emerge il limite più evidente della segreteria Schlein. Da quando guida il Partito democratico, ha investito moltissimo sull’identità, sul linguaggio, sulle battaglie simboliche, sulla ridefinizione culturale della sinistra. Molto meno sulla costruzione di una proposta economica e sociale credibile, coerente e riconoscibile. Si conoscono bene le parole d’ordine, molto meno le soluzioni concrete. Il Pd sembra spesso concentrato nel rappresentare una sensibilità, più che nel costruire un’alternativa di governo. E questo, in tempi normali, sarebbe già un problema. In tempi di inflazione, tensioni internazionali e crescente sfiducia verso la politica, diventa un rischio enorme.Perché gli italiani potrebbero anche essere delusi dal centrodestra, possono criticare Giorgia Meloni, possono desiderare un ricambio. Ma non consegnano il Paese a chi appare impegnato soprattutto nella distribuzione anticipata delle poltrone. Non basta evocare l’unità delle opposizioni se poi ogni alleato passa il tempo a sabotare l’altro. Non basta dire “siamo pronti” se l’unica cosa pronta è il totoministri. Una classe dirigente seria fa il contrario di ciò che oggi sembra accadere al Nazareno. Prima definisce i contenuti, poi cerca gli alleati. Prima costruisce un progetto, poi assegna i ruoli. Prima parla al Paese, poi si occupa del palazzo. Invece nel centrosinistra si continua a fare l’opposto: prima il palazzo, poi – forse – il Paese.Ed è qui che la Schlein dovrebbe fermarsi a riflettere. Perché il problema non è la Salis, non è Conte, non sono le correnti interne. Il problema è che senza temi forti e senza un programma serio, la corsa verso Palazzo Chigi rischia di finire contro un muro. E quel muro, come spesso accade, si chiama realtà.Franco Lodige, 29 aprile 2026L'articolo La “vittoria scontata” contro Conte e le poltrone: le manovre segrete di Schlein proviene da Nicolaporro.it.