di Giuseppe Gagliano – La guerra dei semiconduttori non si ferma: cambia percorso. I controlli imposti dagli Stati Uniti per limitare l’accesso della Cina alle tecnologie avanzate non hanno bloccato Pechino, ma ne hanno ridefinito le strategie, spingendola verso canali indiretti e nuovi hub regionali.Nel 2025 le importazioni cinesi di apparecchiature per chip da Singapore hanno raggiunto 5,7 miliardi di dollari, in crescita di oltre il 17 per cento, mentre quelle dalla Malaysia hanno superato i 3,4 miliardi, più che raddoppiate su base annua. In parallelo, le forniture dirette dagli Stati Uniti sono scese a circa 2 miliardi, il livello più basso dal 2017. Il risultato è evidente: la pressione americana chiude accessi diretti, ma non interrompe la circolazione globale della tecnologia.Il Sud-Est asiatico si consolida così come snodo alternativo della filiera. Singapore e Malaysia non emergono come nuovi produttori dominanti, ma come piattaforme logistiche e commerciali capaci di facilitare flussi più opachi e flessibili. La Cina continua infatti ad avere bisogno non solo di tecnologie avanzate, ma anche di manutenzione, componenti e strumenti per sostenere l’intero ecosistema industriale, dai veicoli elettrici alle telecomunicazioni, fino ai sistemi militari e spaziali.Restano però Paesi Bassi e Giappone i pilastri della dipendenza tecnologica cinese. Tra il 2020 e il 2025, le importazioni dalla filiera giapponese hanno superato i 42 miliardi di dollari, mentre quelle dai Paesi Bassi hanno raggiunto circa 35 miliardi. È qui che emerge la contraddizione occidentale: gli Stati Uniti guidano la strategia di contenimento, ma dipendono dalla cooperazione di alleati con interessi industriali propri e riluttanti a rinunciare al mercato cinese.Le restrizioni americane hanno rallentato l’accesso ai chip più avanzati, ma hanno anche accelerato l’adattamento del sistema: diversificazione delle rotte, crescita dei fornitori locali e maggiore elasticità delle reti commerciali. Non a caso, negli Stati Uniti cresce la pressione politica per estendere i controlli anche a manutenzione, aggiornamenti e servizi collegati alle apparecchiature già presenti in Cina.Dal punto di vista economico, il risultato è un sistema meno efficiente e più costoso. Le catene di approvvigionamento si allungano, diventano ridondanti e sempre più influenzate dalla geopolitica. La Cina paga di più per ottenere tecnologie, mentre le aziende occidentali, pur perdendo parte delle vendite dirette, continuano spesso a operare attraverso canali indiretti. I Paesi del Sud-Est asiatico guadagnano invece centralità e potere negoziale.La posta in gioco è anche strategica. I semiconduttori sono alla base della potenza militare moderna: senza chip non esistono sistemi avanzati di difesa, comunicazione o intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti puntano a rallentare l’ascesa tecnologica cinese, ma Pechino non mira necessariamente a una parità immediata: l’obiettivo è ridurre la dipendenza e costruire resilienza, mantenendo aperte vie alternative di approvvigionamento.La competizione sui chip conferma una trasformazione più ampia: la potenza globale si misura sempre più nel controllo delle tecnologie chiave e delle filiere industriali. Il contenimento americano non ha fermato la Cina, ma l’ha resa più flessibile e determinata, rendendo la guerra dei semiconduttori destinata a essere lunga e decisiva.