C’è un tratto distintivo nel modo in cui Federico Buffa architetta e ci consegna i suoi complessi e fascinosi racconti: spostare continuamente il fuoco dalla dimensione atletico-sportiva a quella umana e filosofica, senza mai indulgere nella retorica celebrativa. In Otto Infinito, andato in scena al Teatro Olimpico di Roma, questa tensione aggiunge probabilmente la sua sfida più ardua. Il protagonista è Kobe Bryant, figura che, a distanza di anni dalla morte, continua a ispirare ma anche a istigare dibattito, per le sue fascinose contraddizioni e per la radicalità ossessiva della sua visione.Buffa affronta il delicatissimo filo della vita di Bryant con l’accorta cura di chi conosce il rischio dell’agiografia e decide con nettezza di evitare qualsiasi ambiguità. Bryant non viene trasformato in una figura mitologica inattaccabile, ma rimane costantemente vincolato alla sua natura problematica. Campione irripetibile, certo, ma anche un uomo segnato da ossessioni, insormontabili rigidità caratteriali e momenti oscuri che lo spettacolo non tenta di rimuovere.Il titolo è simbolo autoesplicativo. L’otto, primo numero indossato da Bryant con i Los Angeles Lakers, è il simbolo dell’infinito; Kobe è ormai mito senza tempo. Non solo immortalità sportiva, ma viva fonte di ispirazione quotidiana per i suoi ammiratori. Buffa stesso ha definito Kobe “il personaggio più complesso” tra quelli da lui affrontati. Lo spettacolo si fonda su tale complessità.Accompagnato dalle musiche dal vivo di Alessandro Nidi, Buffa attraversa la biografia dell’ex Lakers seguendo una linea narrativa lineare ma ricchissima: l’infanzia trascorsa tra Italia e Stati Uniti al seguito del padre Joe, l’ingresso precoce nella NBA, la costruzione quasi ossessiva della cosiddetta “Mamba Mentality”(ispirata a Kill Bill!)., fino alla morte nel gennaio del 2020 nello schianto dell’elicottero a Calabasas.Il punto non è la successione degli eventi. A interessare davvero Buffa è l’impressionante meccanismo mentale che ha trasformato Bryant in una delle personalità più estreme dello sport contemporaneo. La disciplina feroce, gli allenamenti all’alba, il rifiuto sistematico della mediocrità vengono raccontati senza enfasi motivazionale. Non c’è l’idea rassicurante del talento che trionfa grazie al sacrificio. C’è piuttosto il ritratto di una tensione continua, titanica e dunque incompatibile con una dimensione equilibrata della vita.In questo senso, Otto Infinito diventa anche una riflessione sul costo altissimo dell’eccellenza raggiunta. Buffa mostra come la ricerca della perfezione possa produrre, nello stesso momento, grandezza e isolamento. Bryant emerge come una figura incapace di accettare compromessi, non solo con gli altri ma soprattutto con sé stesso. Ed è qui che il racconto acquista spessore: nella capacità di non offrire soluzioni semplici. Kobe non ha lo spessore epico di Alì, il trionfale sguardo olimpico (nel senso divino greco) del suo idolo e mentore Jordan, è all’antitesi del puro talento istintivo e sregolato di Rodman. Ma ha una capacità di ispirare la trasformazione individuale pari, se non superiore, ai più virtuosi esempi morali del Novecento.Lo spettacolo affronta anche il capitolo più delicato della vicenda Bryant, quello dell’accusa di violenza sessuale del 2003. Buffa sceglie di non aggirare il tema e lo inserisce nel racconto senza trasformarlo né in assoluzione, né in condanna teatrale.È proprio questa attenzione alle zone di attrito che distingue Buffa da gran parte dello storytelling sportivo contemporaneo. Bryant non viene presentato soltanto come un atleta straordinario, ma come una figura attraverso cui interrogare il rapporto tra ossessione e successo, il confine tra disciplina e autodistruzione, la difficoltà di conciliare grandezza pubblica e fragilità privata.Buffa occupa la scena con il ritmo di chi sa alternare un flusso entusiasmante di ricordi, descrizioni e aneddoti al silenzio che lascia il campo alla riflessione. Grande pudore e rispetto, senza facile retorica, sulla scomparsa: notevole capacità di mantenere una distanza narrativa anche davanti a una vicenda che rischierebbe facilmente di trasformarsi in commemorazione.Otto Infinito evita di “spiegare” Kobe Bryant. Lo restituisce invece come una figura irrequieta, piena di talento e di contraddizioni. Un gigante della forza mentale, prima che della palla a spicchi. Solo un narratore esperto e pieno di sottile discernimento come Buffa poteva raccontarlo degnamente.L'articolo Otto Infinito, solo un narratore esperto come Buffa poteva raccontare Kobe Bryant così degnamente proviene da Il Fatto Quotidiano.