Euro digitale, la vera battaglia è sulle commissioni: così le associazioni provano ad azzerarle

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La discussione sull’euro digitale è entrata in una fase decisiva e, secondo chi segue il dossier da vicino, non riguarda più il se verrà introdotto, ma il come funzionerà nella vita quotidiana delle persone e delle imprese. «La vera partita oggi è sulle commissioni», spiega Roberto Calugi, direttore generale della FIPE, a Open. «Perché da come si definisce questo aspetto dipende se l’euro digitale sarà davvero utilizzato nella vita quotidiana oppure resterà uno strumento poco usato nella pratica». Ed è proprio su questo punto che si sta concentrando lo scontro più acceso a Bruxelles: quello sui costi dei pagamenti, in particolare le commissioni che oggi gravano sugli esercenti. Per il settore della ristorazione italiana si tratta di una voce tutt’altro che marginale. Solo tra bar, ristoranti e pubblici esercizi, il sistema attuale dei pagamenti elettronici genera un costo stimato tra i 500 e i 600 milioni di euro all’anno. Un flusso economico che incide direttamente sulla redditività delle imprese e, in parte, anche sui prezzi finali.La BCE accelera sulla costruzione tecnica del sistemaMentre a Bruxelles si discute ancora il modello economico e politico dell’euro digitale, la Banca Centrale Europea sta accelerando sul fronte tecnico, cioè sulla costruzione concreta dell’infrastruttura che dovrà farlo funzionare nei negozi e nella vita quotidiana. La BCE ha firmato oggi, 24 aprile, accordi con tre organizzazioni europee di standardizzazione: ECPC, Nexo standards e Berlin Group, per utilizzare e integrare standard tecnici già esistenti nel settore dei pagamenti. L’obiettivo è costruire un sistema compatibile con le infrastrutture già utilizzate dagli esercenti e garantire un‘implementazione uniforme dell’euro digitale in tutta l’area euro. Nel concreto, si tratta di standard già usati oggi nei pagamenti digitali, dai sistemi contactless, alla connessione tra terminali dei negozi e circuiti di pagamento, fino a soluzioni che permettono di pagare anche tramite alias come il numero di telefono.Come funzionerà nella vita reale e cosa cambia per cittadini e impreseDal punto di vista pratico, l’euro digitale funzionerà come un portafoglio elettronico accessibile da smartphone o dispositivi digitali anche offline. «È importante capire che non si tratta di un sistema alternativo al conto corrente», sottolinea Calugi. «È un’infrastruttura pubblica che si affianca a quella esistente, non la sostituisce». Ogni cittadino potrà aprire un conto in euro digitali presso una banca oppure attraverso un servizio pubblico o universale, che in Italia potrebbe essere gestito anche da Poste Italiane. Il conto potrà essere alimentato tramite bonifici o trasferimenti dal conto corrente, ma non sarà obbligatorio avere un conto bancario tradizionale per utilizzarlo. Per i commercianti, invece, il sistema sarà automatico. Gli incassi in euro digitali verranno convertiti e trasferiti immediatamente sul conto corrente. Per evitare rischi sul sistema bancario, è previsto un tetto massimo di detenzione per i cittadini, che nelle ipotesi attuali potrebbe variare tra poche centinaia e circa 3.000 euro. Per i commercianti il limite sarà invece pari a zero, proprio per evitare accumuli: i pagamenti ricevuti verranno sempre riversati sul sistema bancario tradizionale.Il nodo delle commissioni: il vero scontro sull’euro digitaleIl tema più delicato riguarda i costi dei pagamenti, in particolare le commissioni che oggi gravano sui commercianti. Oggi ogni transazione elettronica comporta un costo: circa 0,7–0,8% per il bancomat e fino a 1,3% per le carte di credito. Questi costi, moltiplicati per milioni di transazioni, generano un impatto significativo. Solo la ristorazione italiana sostiene ogni anno tra i 500 e i 600 milioni di euro in commissioni. «Questi numeri spiegano perché il tema è così sensibile», afferma Calugi. «Non stiamo parlando di dettagli tecnici, ma di risorse che escono ogni anno dalle imprese». Per questo al Parlamento europeo si stanno discutendo emendamenti importanti. Alcuni propongono l’eliminazione totale delle commissioni per i commercianti, altri prevedono un periodo transitorio di 3–5 anni con commissioni azzerate sui piccoli importi nei negozi fisici. Le associazioni di categoria, tra cui FIPE, Confcommercio e anche realtà europee come Hotrec, sostengono questa impostazione. Per loro, se lo Stato impone un nuovo sistema di pagamento, non può trasferirne i costi sulle imprese.Il rischio, secondo questa visione, è che senza condizioni economiche favorevoli l’euro digitale non venga adottato dagli esercenti e resti marginale. «L’euro digitale passa da un caffè», spiega Calugi. «Se non è conveniente lì, non entrerà nella vita reale».Sovranità europea e dipendenza dai circuiti globaliAccanto al tema dei costi, c’è una dimensione più ampia che riguarda la sovranità europea. Oggi la maggior parte dei pagamenti elettronici in Europa passa attraverso circuiti extra-europei come Visa, Mastercard e American Express. Il sistema è altamente concentrato e controllato da pochi operatori globali. «Oggi una parte enorme dei pagamenti europei dipende da infrastrutture che non sono europee», spiega Calugi. «Questo significa che non controlliamo completamente un elemento fondamentale della nostra economia quotidiana». Secondo questa lettura, la dipendenza non è solo economica ma anche strategica. In uno scenario estremo, decisioni politiche esterne potrebbero influenzare il funzionamento dei pagamenti, con effetti potenzialmente rilevanti sull’economia. L’euro digitale nasce anche per ridurre questa vulnerabilità, creando un’infrastruttura pubblica europea autonoma e resiliente.Le resistenze e i modelli già esistentiIl progetto non è privo di opposizioni. Banche e operatori dei pagamenti temono che un sistema pubblico possa ridurre una parte significativa dei ricavi oggi legati alle commissioni. «È normale che ci siano resistenze», osserva Calugi. «Ma bisogna capire che qui si sta ridisegnando un’infrastruttura pubblica di base, non un prodotto commerciale». Secondo i sostenitori del progetto, una piattaforma gestita dalla BCE potrebbe ridurre i costi complessivi del sistema, eliminando i costi pagati ai circuiti internazionali. Esistono già esempi concreti che mostrano modelli alternativi. In Brasile il sistema PIX ha ridotto drasticamente i costi dei pagamenti digitali. In India, l’UPI ha introdotto un sistema in cui il pagamento base è gratuito o quasi, mentre i ricavi per gli operatori si spostano su servizi aggiuntivi come analisi dei dati, antifrode e integrazione con i sistemi aziendali. L'articolo Euro digitale, la vera battaglia è sulle commissioni: così le associazioni provano ad azzerarle proviene da Open.