C’è un’eterna contraddizione che si ripresenta puntuale ogni anno, il 25 aprile, e che raramente viene affrontata con rigore e onestà intellettuale. La narrazione dominante — soprattutto in una certa area politica — insiste su un’immagine estremamente semplificata, quasi mitologica, della Liberazione: un popolo che si solleva, i partigiani che sconfiggono il nazifascismo, l’Italia che rinasce grazie a una spinta autonoma e interna. È certamente una narrazione potente, romantica, identitaria. Ma è, almeno in parte, una storia distorta.Nessuno nega il valore, il coraggio e il sacrificio della Resistenza. Sarebbe intellettualmente disonesto e moralmente miope. Tuttavia, trasformare quel contributo nella causa unica — o anche solo principale — della fine del nazifascismo in Italia significa ignorare il contesto reale in cui quegli eventi si sono svolti. La caduta del regime di Benito Mussolini e la fine dell’occupazione tedesca non furono il prodotto esclusivo di una dinamica interna, ma il risultato di una guerra globale, decisa soprattutto dall’avanzata degli eserciti alleati.Senza lo sbarco in Sicilia del 1943, senza la risalita della penisola da parte delle forze anglo-americane, senza il crollo militare del Terzo Reich, la Resistenza — per quanto eroica — non avrebbe potuto liberare il Paese. È un dato storico, non un’opinione. Eppure questo elemento viene spesso marginalizzato o trattato come un dettaglio secondario, quasi fosse un disturbo nella costruzione di una narrazione più comoda.Il punto diventa ancora più evidente se si guarda a ciò che accade prima del 25 aprile 1945. Alla Conferenza di Yalta, nel febbraio di quell’anno, le grandi potenze vincitrici — Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito — ridefiniscono gli equilibri del mondo postbellico. L’Italia, già occupata militarmente dagli Alleati, viene collocata nella sfera di influenza occidentale, guidata dagli Stati Uniti. Il suo destino geopolitico è, di fatto, già deciso settimane prima che l’insurrezione partigiana raggiunga il suo culmine.Questo non significa che il 25 aprile non abbia valore. Significa, però, che il suo significato reale è molto più complesso di quanto spesso venga raccontato. Non fu semplicemente una “liberazione”, ma anche — e inevitabilmente — un passaggio: da un’autocrazia interna a una collocazione internazionale, o se preferite sfera di influenza, determinata da equilibri di potere ben più grandi dell’Italia stessa.Leggi anche:Insulti choc dei Pro Pal alla Brigata Ebraica: “Siete solo saponette mancate”Ed è qui che emerge l’ipocrisia. Perché una parte della sinistra nostrana, la stessa che celebra la Liberazione come un atto di autodeterminazione popolare, è spesso la prima a denunciare — oggi — la subordinazione dell’Italia agli Stati Uniti. Si critica l’influenza americana, si invoca autonomia strategica rispetto alle ingerenze di Washington, si parla di sovranità limitata. Ma si evita accuratamente di collegare questi temi alle condizioni storiche in cui quella collocazione è nata.Non si possono avere entrambe le cose: non si può celebrare il 25 aprile come una vittoria completamente autonoma e, allo stesso tempo, lamentare le conseguenze geopolitiche di un assetto, tuttora vigente, deciso anche — e soprattutto — dalle potenze vincitrici. Separare questi due piani è un esercizio di comoda rimozione, una divisione artificiale della storia in compartimenti stagni.La realtà è ben diversa: la fine del nazifascismo in Italia fu il risultato di una convergenza tra fattori interni ed esterni, in cui il peso decisivo fu militare e internazionale. E la collocazione dell’Italia nel blocco occidentale non è una deriva recente, ma una scelta — o meglio, una conseguenza — radicata proprio in quei mesi del 1945.Festeggiare il 25 aprile ignorando tutto questo non è solo una grossa semplificazione storica: è una forma di autoassoluzione. Significa costruire una memoria selettiva, che esalta ciò che è utile all’identità presente e rimuove ciò che la complica. Ma una memoria così costruita non orienta il presente — lo deforma.Se davvero si vuole rendere onore alla storia, e non solo a una sua versione comoda, bisognerebbe accettarne anche le ambiguità. Anche, e soprattutto, quelle che mettono in discussione le narrazioni più care.Salvatore Di Bartolo, 25 aprile 2026L'articolo Il mito della Liberazione proviene da Nicolaporro.it.