Il raporto Deficit/Pil resta al 3,1%. Cosa cambia ora per l’Italia?

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Alla fine il numero è arrivato, e non è quello che a via XX Settembre speravano. Il 3,1% di deficit/Pil per il 2025, certificato da Eurostat ed elaborato dall’Istat, tiene l’Italia dentro la procedura per disavanzo eccessivo. Un esito che, formalmente, chiude la partita. Ma nella sostanza la lascia aperta, perché dietro quei decimali si intravede molto più di una semplice fotografia contabile.Il punto è che la traiettoria dei conti pubblici italiani è migliorata, e non poco. Il deficit scende dal 3,4% al 3,1%, mentre il saldo primario resta positivo. In altre parole, al netto degli interessi, lo Stato incassa più di quanto spende. È un dato che pochi altri grandi Paesi possono rivendicare e che rende difficile sostenere che il problema sia nella gestione corrente.Eppure non basta. Perché tutto si è giocato su una limatura mancata, su quei centesimi che avrebbero potuto riportare il deficit al 3% e aprire la porta all’uscita dalla procedura. Una possibilità tutt’altro che teorica, visto che nelle settimane precedenti le interlocuzioni tecniche avevano lasciato spazio a una revisione.Il nodo Istat e una rigidità che pesaÈ qui che entra in scena il ruolo dell’Istat, guidato da Francesco Maria Chelli. Ufficialmente, nessuna anomalia: rispetto delle regole, autonomia, rigore metodologico. Tutto corretto, almeno sulla carta. Ma la gestione concreta della partita lascia più di un interrogativo.Le interlocuzioni con il Tesoro si erano concentrate sulla contabilizzazione di alcune poste legate ai bonus edilizi. Una parte degli incassi, pur registrata nel 2026, era riferibile al 2025. Una distinzione tecnica, ma rilevante, che avrebbe potuto consentire una revisione del deficit. Non un favore, ma una delle possibili letture consentite dal quadro normativo europeo.Quella strada, però, è stata progressivamente chiusa. “C’è stato un irrigidimento”, è il commento che filtra dagli ambienti coinvolti, con la sensazione che la linea più prudente sia diventata, strada facendo, l’unica praticabile. Una scelta legittima, ma non inevitabile. E soprattutto poco coerente con il clima di confronto tecnico che aveva caratterizzato le fasi precedenti.I miliardi che restano sul tavoloIl risultato non è solo simbolico. Restare nella procedura di infrazione significa rinunciare a margini di bilancio concreti, stimati in circa 6,4 miliardi tra minori interessi e fine dei vincoli più stringenti. Risorse che avrebbero fatto la differenza nella prossima legge di Bilancio, permettendo un’impostazione meno difensiva e più orientata alla crescita.A questo si aggiunge un altro elemento tutt’altro che secondario: l’impossibilità di accedere al Fondo Safe per la difesa, proprio mentre il contesto internazionale richiederebbe investimenti aggiuntivi e maggiore flessibilità. Un doppio vincolo che rischia di comprimere ulteriormente lo spazio di manovra.Il paradosso è evidente. L’Italia, che ha corretto i conti senza ricorrere a manovre recessive e mantenendo un avanzo primario, resta penalizzata da una soglia rigida e da una lettura altrettanto rigida dei dati. Una combinazione che finisce per trasformare una regola in un ostacolo.Giorgetti e una linea di realismoIl ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha mantenuto una linea prudente. “Siamo realisti”, ha detto interpellato sul Dfp che sarà approvato a breve dal Consiglio dei ministri, evitando di alimentare aspettative difficili da sostenere. Una posizione che riflette la consapevolezza dei margini stretti, ma anche il lavoro fatto negli ultimi anni per riportare i conti su un sentiero credibile.Resta però la sensazione che la partita non si sia giocata solo sui numeri. Perché quando uno scarto minimo decide il destino di un Paese, la questione diventa inevitabilmente anche politica. Non nel senso di pressioni o forzature, ma nella capacità di interpretare le regole con equilibrio.Una questione apertaLa decisione formale arriverà con la Commissione europea a giugno, nell’ambito del Semestre europeo. Ma il quadro è già delineato. E lascia aperta una domanda che va oltre il caso italiano: quanto è sostenibile un sistema che ignora la qualità dell’aggiustamento e si ferma a una soglia aritmetica?Nel frattempo, l’Italia resta dentro la procedura. Non per una deriva dei conti, ma per una combinazione di rigidità e interpretazioni che, alla prova dei fatti, pesano quanto – se non più – dei numeri stessi.Enrico Foscarini, 22 aprile 2026L'articolo Il raporto Deficit/Pil resta al 3,1%. Cosa cambia ora per l’Italia? proviene da Nicolaporro.it.