di Giuseppe Gagliano –Ci sono morti che gli Stati seppelliscono due volte. La prima nel silenzio, la seconda nel linguaggio cifrato dei servizi. L’agente israeliano indicato soltanto con l’iniziale M., morto il 28 maggio 2023 nel naufragio sul Lago Maggiore insieme ai due agenti italiani dell’Aise, Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi, appartiene a questa categoria. Per anni il suo nome è rimasto avvolto nell’opacità consueta delle vicende di intelligence. Poi David Barnea, capo del Mossad, lo ha ricordato pubblicamente nel Giorno del Ricordo dei caduti israeliani. E nel mondo dei servizi nulla viene detto per caso.Rievocando M. come agente caduto nelle operazioni contro l’Iran, Barnea ha riaperto un dossier che molti avrebbero preferito lasciare sul fondo del lago. Ha ricordato che l’Italia non fu soltanto lo scenario accidentale di una tragedia. Fu uno spazio di cooperazione, passaggio, forse scambio operativo, tra Mossad e Aise. La morte dei tre agenti non appare più soltanto come la conseguenza drammatica di un’uscita riservata tra professionisti dell’intelligence, ma come la scheggia visibile di una guerra clandestina molto più ampia.Per capire la portata del messaggio bisogna partire da un punto essenziale: per Israele il confronto con l’Iran non comincia con le guerre aperte del 2025 e del 2026, né con le incursioni, né con i cessate-il-fuoco. È una continuità strategica. Dalla nascita di Hezbollah in Libano negli anni Ottanta, Teheran viene percepita da Tel Aviv come l’architetto di un accerchiamento progressivo: Libano, Siria, Iraq, Yemen, Gaza, reti miliziane, missili, droni, capacità nucleari.La guerra israelo-iraniana non è dunque un episodio, ma una struttura. Si combatte con bombardamenti, sabotaggi, eliminazioni mirate, infiltrazioni industriali, sorveglianza tecnologica e guerra psicologica. Quando Barnea afferma che la missione del Mossad non sarà completa fino al cambiamento di regime in Iran, non indica soltanto un obiettivo politico. Fissa una dottrina. L’Iran non è visto solo come un avversario militare, ma come un sistema da smontare.In questo quadro il Lago Maggiore diventa un frammento di un teatro molto più vasto. Se M. si trovava in Italia in un’operazione legata all’Iran, significa che il territorio italiano, le sue imprese, le sue infrastrutture, le sue competenze industriali e le sue reti di sicurezza erano già inserite nella cartografia israeliana del confronto con Teheran.Il punto più delicato è proprio questo. L’Italia non è ufficialmente in guerra con l’Iran. Ha interessi economici, diplomatici ed energetici in Medio Oriente che non coincidono sempre con quelli di Israele. Ma nella pratica Roma appartiene al campo occidentale, partecipa alle architetture di sicurezza euro-atlantiche e dispone di un apparato industriale della difesa che interessa tanto gli alleati quanto gli avversari.L’area compresa tra Varese, Verbania e il Lago Maggiore non è neutra. È uno spazio dove si concentrano competenze aeronautiche, elettroniche, industriali e militari. Le filiere legate alle tecnologie a doppio uso, ai droni, alla retroingegneria, ai componenti sensibili, ai materiali avanzati e alle catene di subfornitura possono diventare obiettivi di spionaggio, acquisizione clandestina o sorveglianza ostile. All’epoca del naufragio, il Mossad seguiva con attenzione i possibili trasferimenti di tecnologie verso l’Iran, mentre l’Italia osservava con crescente preoccupazione le forniture iraniane alla Russia, soprattutto nel settore dei droni.Qui la vicenda assume una dimensione geoeconomica. La guerra contemporanea non si limita più a carri armati, aerei e missili. Passa dai laboratori, dalle fabbriche, dai brevetti, dai programmi informatici, dai sensori, dai materiali compositi, dai porti e dalle catene logistiche. In questo mondo, un territorio industriale diventa un campo di battaglia discreto. Un’azienda di provincia può valere quanto una base militare. Una riunione informale può pesare quanto un vertice diplomatico.Il messaggio di Barnea arriva in un momento sensibile. I rapporti tra Roma e Tel Aviv hanno conosciuto tensioni, in particolare sui dossier mediorientali, sulla cooperazione militare e sul Libano. Richiamando il caso del Lago Maggiore, il capo del Mossad sembra dire all’Italia: abbiamo già lavorato insieme nell’ombra, abbiamo condiviso rischi, abbiamo pagato un prezzo comune.Questa cooperazione non è mai stata pienamente codificata nello spazio pubblico, ma esiste da tempo. Passa dai rapporti tra servizi, dagli scambi sull’antiterrorismo, dalla sicurezza mediterranea, dalla tecnologia, dall’industria della difesa e dal ruolo italiano come fornitore militare di Israele dopo Stati Uniti e Germania. Si inscrive anche in una cultura strategica nella quale Tel Aviv considera le alleanze non come dichiarazioni astratte, ma come strumenti operativi.Il ricordo di M. è dunque anche un richiamo politico. Israele vuole partner affidabili. Vuole sapere chi, nel campo occidentale, è disposto a proseguire la guerra invisibile contro l’Iran mentre l’attenzione americana diventa più incerta e l’Europa oscilla tra indignazione morale, dipendenza strategica e debolezza militare.Il contesto italiano aggiunge un ulteriore livello. Il 23 aprile Gianni Caravelli è stato riconfermato alla guida dell’Aise per altri due anni. Dal 2020 ha guidato il servizio estero italiano dentro una sequenza quasi ininterrotta di crisi: pandemia, guerra in Ucraina, instabilità libica, ritorno dei colpi di Stato in Africa, crisi nel Sahel, caduta del vecchio ordine siriano, minaccia terroristica, pressione migratoria, competizione energetica.Sotto la sua direzione, l’Aise ha dovuto tenere insieme più linee: cooperazione con gli alleati, sostegno all’Ucraina, attenzione al Levante, presenza in Africa, sorveglianza della Libia e protezione degli interessi italiani nelle aree di prossimità. Il dossier libico resta centrale, perché tocca direttamente sicurezza nazionale, energia, flussi migratori e proiezione mediterranea di Roma. Le indagini internazionali su possibili violazioni dell’embargo militare libico mostrano quanto questa zona resti esplosiva per l’Italia.Le parole di Barnea arrivano dunque mentre l’Aise entra in una fase cruciale. Il servizio italiano dovrà decidere come bilanciare le richieste degli alleati, le priorità nazionali e il rischio di trascinamento in conflitti che non sempre coincidono con l’interesse diretto del Paese. Sul dossier iraniano la questione è particolarmente sensibile: fino a che punto cooperare con Israele senza trasformare l’Italia in una retrovia di una guerra che potrebbe avere conseguenze economiche, energetiche e diplomatiche immediate?Il nodo militare è chiaro. L’Iran ha costruito una profondità strategica fondata su missili, droni, reti regionali e capacità di disturbare le rotte energetiche. Israele risponde con superiorità tecnologica, penetrazione informativa, attacco preventivo ed eliminazione selettiva dei bersagli. In mezzo, l’Italia si trova in una posizione scomoda: alleata di Israele, membro della Nato, potenza mediterranea, Paese dipendente dalla stabilità energetica e commerciale del Medio Oriente.Il nodo economico è altrettanto pesante. Ogni escalation prolungata con l’Iran può provocare un aumento dei prezzi dell’energia, destabilizzare i flussi marittimi, indebolire le imprese europee e alimentare nuove spinte inflazionistiche. Per l’Italia, Paese industriale ma vulnerabile sul piano energetico, il Medio Oriente non è un’astrazione geopolitica: è una componente diretta del costo di produzione, delle esportazioni, della sicurezza marittima e della stabilità sociale.Il nodo geopolitico, infine, riguarda la sovranità decisionale. Se gli Stati Uniti non offrono più una regia chiara al campo occidentale, ogni potenza media deve definire da sé il proprio grado di allineamento. Israele sa che cosa vuole. Identifica i nemici, fissa le priorità, usa i servizi come strumento centrale dello Stato. L’Italia, invece, deve ancora chiarire fino in fondo la propria dottrina: difendere gli interessi mediterranei, proteggere le imprese strategiche, cooperare con gli alleati, ma evitare di diventare il teatro passivo delle guerre altrui.Il Lago Maggiore non è dunque soltanto un ricordo tragico. È un avvertimento. Nella guerra sotterranea del XXI secolo, i confini tra alleanza, intelligence, industria e conflitto armato diventano sempre più incerti. Barnea ha parlato di un morto. Ma il messaggio è rivolto ai vivi: a Roma, a Forte Braschi, al governo italiano. La vera domanda non è più soltanto che cosa accadde quel giorno sul lago. La vera domanda è quale posto l’Italia accetterà di occupare nella guerra invisibile che si sta già combattendo sotto la superficie.