Ora ci impongono il vocabolario Lgbt: ci mancava solo la “Carta Arcobaleno”

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C’è una notizia che arriva da Torino e che nel suo piccolo racconta perfettamente il Paese in cui viviamo. Ci riferiamo alla nascita della cosiddetta “Carta Arcobaleno”, approvata dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e destinata a diventare, nelle intenzioni, un punto di riferimento per il modo in cui i media raccontano le persone Lgbt+. Non è tanto il contenuto in sé a colpire — per molti versi prevedibile — ma il contesto in cui arriva e soprattutto le priorità che implicitamente stabilisce.Siamo al Salone Internazionale del Libro di Torino, nel cuore di una città e di un ambiente culturale dove il linguaggio ha da tempo assunto un valore quasi politico, identitario. La Carta viene presentata nella Giornata internazionale contro l’omofobia, dentro il calendario del Torino Pride. Tutto torna, tutto è coerente. Ed è proprio questa coerenza a far riflettere: il giornalismo sembra sempre più dialogare con un certo tipo di agenda culturale, mentre fatica a confrontarsi con la realtà materiale della propria crisi.Perché il punto non è negare che esistano storture nel modo in cui alcune notizie vengono raccontate. È evidente che titoli caricaturali, errori grossolani, superficialità o perfino malizia nel trattare certi temi siano problemi reali. Ma la domanda resta lì, ostinata: serve davvero un’ulteriore carta deontologica per affrontarli? Oppure siamo di fronte all’ennesimo tentativo di normare il linguaggio invece di rafforzare il mestiere?Negli ultimi decenni il giornalismo italiano si è riempito di carte, codici, protocolli. Minori, migranti, detenuti, violenza di genere: ogni ambito ha avuto il suo documento. E ogni volta con le migliori intenzioni. Ma nel frattempo le redazioni si sono svuotate, il lavoro si è precarizzato, la qualità media si è abbassata e la fiducia dei lettori è crollata. Non è una coincidenza, è una dinamica. Quando una professione perde forza, tende a rifugiarsi nelle regole formali. La Carta Arcobaleno introduce principi che, a leggerli, suonano quasi ovvi: rispetto, attenzione ai termini, tutela della privacy, uso corretto delle fonti, evitare la spettacolarizzazione. Tutte cose sacrosante. Ma proprio qui sta il nodo: se sono così ovvie, perché hanno bisogno di essere codificate ancora una volta? E soprattutto, perché vengono presentate come una svolta storica?Il rischio è che si scivoli lentamente da una deontologia che tutela il lavoro a una deontologia che orienta il pensiero. Perché è vero che il documento non impone formalmente cosa pensare, ma è altrettanto vero che definire in modo così dettagliato come raccontare una realtà significa inevitabilmente indirizzare anche il modo in cui quella realtà viene percepita. Il linguaggio non è neutro, ma nemmeno può diventare un recinto. Leggi anche:Bigender, demigender, graysessuale: il manuale Lgbt è da manicomioC’è poi un passaggio particolarmente significativo: l’introduzione, anche solo come auspicio, della figura del Diversity Editor. Una sorta di garante interno del linguaggio e della rappresentazione. Ora, al netto delle buone intenzioni, viene da chiedersi se le redazioni italiane — spesso composte da pochi giornalisti oberati di lavoro — abbiano davvero bisogno di nuove figure di controllo o piuttosto di più reporter, più inviati, più tempo per verificare le notizie. Perché il problema oggi non è che i giornalisti non sappiano quali parole usare. Il problema è che spesso non hanno il tempo di lavorare bene. Scrivono troppo in fretta, verificano troppo poco, inseguono algoritmi e clic. In questo contesto, pensare che la qualità dell’informazione passi prima di tutto da un glossario aggiornato appare, nella migliore delle ipotesi, ingenuo.E poi c’è la questione più ampia, quella che riguarda il rapporto tra informazione e realtà. In un ecosistema dominato dai social, dove le notizie si consumano in pochi secondi e i titoli contano più dei contenuti, il giornalismo dovrebbe rivendicare la propria funzione critica, non rifugiarsi in un perfezionismo linguistico. Dovrebbe distinguersi per profondità, non per conformità. Il punto, in fondo, è tutto qui. Nessuno difende l’errore, la volgarità o la discriminazione. Ma una professione non si salva moltiplicando le regole sul modo in cui racconta il mondo. Si salva tornando a raccontarlo meglio. Con più libertà, più rigore, più coraggio. E invece continuiamo a produrre carte. Sempre più precise, sempre più dettagliate, sempre più simboliche. Mentre fuori, il mondo corre — e il giornalismo, quello vero, resta indietro.Franco Lodige, 24 aprile 2026L'articolo Ora ci impongono il vocabolario Lgbt: ci mancava solo la “Carta Arcobaleno” proviene da Nicolaporro.it.