Proteggere oggi, escludere domani: il paradosso che svuota il mercato delle case

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Perché un’analisi proveniente dalla Spagna può interessare direttamente anche l’Italia? Perché non si limita a descrivere una realtà nazionale, ma individua una dinamica che tende a ripresentarsi ogni volta che si interviene sul mercato abitativo con strumenti analoghi.Le politiche adottate negli ultimi anni nella penisola iberica — dai tetti agli affitti alle modifiche dei contratti, fino ai blocchi degli sfratti — mostrano infatti evidenti somiglianze con quelle sperimentate o prospettate anche nel nostro Paese. E quando l’impianto regolatorio è simile, anche le conseguenze finiscono per esserlo.Lo studio di ArruñadaÈ per questo che il recente contributo “La paradoja de la protección contractual: Proteger al débil de hoy excluye al débil de mañana” di Benito Arruñada, docente all’Università Pompeu Fabra di Barcellona e studioso dei rapporti tra istituzioni, diritto e mercato, risulta particolarmente rilevante: non tanto per il contesto geografico cui si riferisce, quanto per la capacità di spiegare cosa accade quando si modificano incentivi e assetti contrattuali nel settore della casa. Il suo lavoro si concentra proprio su questo punto: l’impatto delle regole giuridiche sui comportamenti economici, soprattutto quando si incrina la certezza del diritto.Il lavoro è pubblicato dalla Fundación de Estudios de Economía Aplicada (FEDEA), con una precisazione non secondaria: le opinioni espresse appartengono esclusivamente all’autore e non impegnano necessariamente l’istituto. Un elemento che ne sottolinea l’indipendenza e il rigore scientifico.L’intuizione da cui prende avvio la disamina è tanto lineare quanto controintuitiva: come osserva l’autore, proteggere la parte debole nei contratti in essere finisce spesso per danneggiare chi, con analoga debolezza, tenterà di contrattare in futuro. In sostanza, le misure pensate per tutelare l’inquilino già presente – come il congelamento dei canoni, le proroghe obbligatorie o le limitazioni agli sfratti – modificano gli incentivi e producono effetti che emergono nel tempo, incidendo sull’offerta e sui criteri di selezione.Il problema è che l’attenzione si concentra esclusivamente sui rapporti già in essere, trascurando quelli che, proprio a causa di tali interventi, non verranno mai conclusi. Si coglie il vantaggio immediato, ma si ignora il costo diffuso. Si esalta il beneficio presente, senza considerare le opportunità che vengono meno.La frattura tra inquiliniIn questo si annida la frattura più significativa: non più tra proprietari e inquilini, ma tra gli stessi inquilini. Lo studio evidenzia che il conflitto centrale non oppone tanto proprietari e inquilini quanto inquilini attuali e futuri. Una prospettiva che ribalta la narrazione corrente e mette in luce la reale natura degli interventi.Quando si interviene retroattivamente sui contratti, non si realizza soltanto una redistribuzione: si compromette la fiducia che rende possibile lo scambio nel tempo. Venendo meno tale fiducia, il contratto perde la sua funzione di strumento di cooperazione volontaria e l’offerta si riduce, mentre aumentano rigidità e selettività.Il meccanismo è lineare: maggiore è il rischio, minore è la disponibilità a offrire. Se il quadro contrattuale diventa incerto, il prezzo incorpora un premio per il rischio oppure l’offerta si ritrae. Il paper sottolinea che si concede un beneficio immediatamente percepibile, ma si accresce il rischio, si riduce l’offerta e si rende più difficile l’accesso al mercato nel tempo.Il caso catalanoAncora più incisivo è il passaggio in cui si osserva che l’effetto principale non è la redistribuzione visibile, ma la contrazione, meno percepibile, del mercato futuro. È qui che emerge il nucleo della questione: si interviene su ciò che appare, sacrificando ciò che non è ancora visibile.I dati confermano questa dinamica. In Catalogna, ad esempio, dopo l’introduzione dei controlli, il numero dei contratti è diminuito, mentre i prezzi non hanno registrato cali significativi. Il mercato si è ridotto e ha assunto un carattere più selettivo. A farne le spese non sono gli attuali beneficiari, ma coloro che cercano di accedervi: giovani, lavoratori con redditi instabili, nuclei familiari più fragili.La distanza tra intenzioni e risultati diventa così evidente. La protezione dichiarata si traduce in esclusione. Misure concepite per sostenere i più deboli finiscono per avvantaggiare chi offre maggiori garanzie e lasciare fuori chi ne ha meno e presenta maggiori incertezze.L’aspetto più problematico è che dette politiche si affermano spesso con il consenso diffuso. Ciò avviene perché il vantaggio è immediato e tangibile, mentre il costo si manifesta nel tempo ed è difficilmente percepibile. Si crea così una duplice miopia: politica, perché orientata al consenso immediato, e cognitiva, perché incapace di anticipare gli effetti futuri.In questo contesto si colloca anche la soluzione prospettata dal medesimo Arruñada, che giustamente esclude interventi diretti su prezzi e contratti, ma appare più cauta quando ipotizza il ricorso a sostegni pubblici. Il rischio è quello di sostituire una distorsione evidente con un’altra meno percepita, trasferendo il costo sull’intera collettività. La questione, tuttavia, è più radicale: non si tratta di individuare modalità meno invasive di intervento, quanto di ridurne l’estensione, eliminando vincoli, incertezza e ostacoli che comprimono l’offerta.Alla base resta sempre lo stesso problema: la scarsità. Ma invece di affrontarne le cause, si tenta di gestirne gli effetti. La si genera attraverso restrizioni e poi la si distribuisce per via normativa. È un approccio che può apparire moralmente rassicurante, che finisce però per produrre risultati opposti a quelli dichiarati.La vera domanda, allora, non riguarda chi beneficia nell’immediato, bensì quali effetti si producono nel tempo. Se una misura riduce l’offerta, restringe l’accesso e accresce il rischio, non rappresenta una forma di tutela, è piuttosto uno spostamento del danno. Come emerge dal contributo, il criterio decisivo non è il miglioramento del contratto esistente, è al contrario la capacità di mantenere aperta la possibilità di contrattare in futuro.È su questo terreno che si valuta la qualità di una politica: non nel sollievo immediato che promette, ma nelle opportunità che preserva. Perché quando il mercato si restringe, non si perde soltanto efficienza, si pregiudica anche la possibilità stessa di scelta. E, ancora, il paper evidenzia che quando una misura riduce l’offerta o irrigidisce l’accesso, non protegge, ma sposta semplicemente il danno dal presente visibile al futuro invisibile.L'articolo Proteggere oggi, escludere domani: il paradosso che svuota il mercato delle case proviene da Nicolaporro.it.