La tragica rincorsa della Bce

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Christine Lagarde mantiene per ora i tassi invariati, evitando tagli immediati, ma il ritorno a una stretta monetaria appare tutt’altro che remoto. Una parte crescente del consensus internazionale, tra banche d’affari e survey macroeconomiche, considera plausibile un primo rialzo già da giugno, con ulteriori interventi entro la fine dell’anno. In questo scenario, il tasso sui depositi potrebbe risalire dall’attuale 2% fino a una fascia compresa tra il 2,50% e il 2,75%.La linea prudente della BceNegli ultimi interventi pubblici, tra Washington e Francoforte, la presidente della Bce ha ribadito la formula ormai consolidata: approccio data-dependent, decisioni prese riunione per riunione, nessun percorso prestabilito. Una postura che, nei fatti, lascia aperta la strada a nuovi aumenti.Il problema è che l’inflazione che Francoforte tenta di contenere non nasce principalmente da una domanda interna eccessiva o da un’espansione incontrollata del credito. Le pressioni arrivano soprattutto dal lato dell’offerta.L’inflazione da offertaLe stesse analisi Bce contemplano scenari di forte stress energetico, con il petrolio potenzialmente oltre quota 100 dollari al barile. Parallelamente, diverse materie prime strategiche mostrano dinamiche anomale: l’urea agricola ha superato i 700 dollari per tonnellata , in un contesto di interruzioni produttive legate alla crisi nel Golfo Persico; il tungsteno è salito oltre i 3.000 dollari per unità e l’elio ha subito un forte shock produttivo, con quasi un terzo della produzione globale temporaneamente offline a Ras Laffan.La matrice comune è evidente: crisi geopolitiche, restrizioni all’export, interruzioni logistiche e vulnerabilità delle catene globali.Il limite strutturale della politica monetariaIl nodo centrale è semplice: quale relazione esiste tra il tasso sui depositi della Bce e il prezzo dell’urea, del tungsteno o dell’energia? La politica monetaria agisce su credito, consumi e investimenti. Non riapre rotte commerciali, non interviene sui choke point energetici, non modifica decisioni sovrane su produzione ed export. Eppure persiste, almeno implicitamente, il paradigma friedmaniano secondo cui l’inflazione resta fondamentalmente un fenomeno monetario.Quel modello funzionava in un contesto in cui l’approvvigionamento di materie prime era prevalentemente regolato da dinamiche di mercato. Oggi il quadro appare diverso. Come ha osservato Mario Draghi, le relazioni commerciali sono oggi sempre più condizionate da equilibri strategici in cui potenza economica e militare regolano direttamente i flussi economici.Rischio stagflazione per l’EurozonaSe l’origine dell’inflazione è esterna al sistema monetario, allora la questione cambia radicalmente: non è solo un problema di aumento dei prezzi, ma di efficacia dello strumento scelto per contrastarlo.I segnali sull’economia reale iniziano già a emergere. Il Centro Studi di Confindustria rileva un indebolimento della fiducia di famiglie e imprese, un rallentamento dei consumi e un peggioramento delle aspettative industriali. Anche gli indici Pmi segnalano una contrazione dell’attività economica nell’area euro, accompagnata da costi crescenti. Il rischio concreto è una nuova fase di stagflazione, con prezzi elevati e crescita debole o stagnante.I rialzi dei tassi da soli non bastanoLa leva monetaria non è progettata per gestire shock di offerta geopolitici. Servirebbero invece strategie energetiche, reshoring produttivo e una ricostruzione delle supply chain strategiche. Qualcosa si muove, anche se lentamente.In Italia, ad esempio, il governo ha avviato nel 2025 un percorso di rientro nel nucleare, con il disegno di legge delega e la nascita di iniziative come Nuclitalia per valutare tecnologie Smr. A livello europeo si sta formando un coordinamento sugli small modular reactors, anche se il punto critico resta la distanza tra orientamento e implementazione: costruire una filiera industriale richiede tempo, capitale e continuità politica, proprio mentre ogni rialzo dei tassi rende quel capitale più costoso.Una Bce intrappolata nel proprio mandatoLa Bce resta vincolata al proprio mandato di stabilità dei prezzi, ma si trova a operare in un contesto profondamente mutato, in cui l’inflazione è sempre meno il prodotto di dinamiche monetarie interne e sempre più il risultato di shock esterni, tensioni geopolitiche e rigidità strutturali. Ne deriva una contraddizione crescente: la banca centrale continua a utilizzare strumenti tradizionali per contenere fenomeni che spesso sfuggono alla sua reale capacità d’intervento. Utilizzare la leva dei tassi diventa così una necessità istituzionale più che una risposta pienamente efficace.Il nodo, tuttavia, non riguarda soltanto Francoforte, ma l’architettura stessa dell’Eurozona. In un sistema che centralizza politica monetaria e vincoli di bilancio, limitando fortemente la flessibilità fiscale e lasciando come principale variabile di aggiustamento il costo del lavoro, gli Stati membri dispongono di margini ridotti per reagire rapidamente a shock asimmetrici o settoriali. Questo assetto ha garantito stabilità nominale, ma ha anche compresso la capacità di adattamento delle singole economie, soprattutto quando le crisi non assumono dimensioni sistemiche tali da giustificare interventi straordinari condivisi.Il vero dibattito, allora, non è semplicemente tra rigore monetario e interventismo, ma riguarda il grado di libertà economica, produttiva e istituzionale necessario affinché mercati e governi possano assorbire shock esterni senza trasformare ogni crisi dell’offerta in una spirale di stagnazione. Più che rincorrere l’inflazione con automatismi ereditati dal passato, l’Europa dovrà interrogarsi su quanto la propria struttura economica favorisca davvero resilienza, investimenti e libertà di adattamento, o se invece finisca per irrigidire ulteriormente un sistema già esposto a tensioni globali sempre più complesse.Michele Ferretti, 28 aprile 2026L'articolo La tragica rincorsa della Bce proviene da Nicolaporro.it.