Il punto non è assolvere o condannare Giancarlo Giorgetti. Il punto è tenere insieme due verità che a Roma, nei retroscena veri, convivono senza mai annullarsi. Da un lato ci sono errori politici chiari, dall’altro un contesto europeo che amplifica ogni fragilità italiana fino al paradosso.Il risultato è quella soglia maledetta del 3,07%, diventata 3,1%. Non solo un numero, ma il simbolo di una partita giocata male e arbitrata peggio.L’errore su Perrotta e la frattura con la RagioneriaIl primo scivolone è la nomina di Daria Perrotta. Una scelta voluta, rivendicata, persino difesa con ironia. Ma anche una decisione che ha prodotto un effetto collaterale sottovalutato: rompere l’equilibrio interno della Ragioneria Generale dello Stato senza avere la forza di governarne le conseguenze. Una macchina che l’ex presidente Ciampi definiva “temibilissima” proprio perché come governatore di Bankitalia si trovò a battagliare con il contropotere del deep state.Perrotta non è il problema in sé. Il problema è il contesto in cui è stata inserita. Dopo il caso Superbonus e l’uscita traumatica di Biagio Mazzotta, la macchina amministrativa era già in modalità difensiva. Inserire una figura percepita come “esterna” ha irrigidito ulteriormente gli uffici.Da quel momento, il comportamento dei tecnici cambia. Non c’è bisogno di complotti: basta il riflesso burocratico. Applicare le regole nel modo più rigido possibile diventa una forma di autotutela. E così ogni margine sparisce, ogni interpretazione si chiude.Il risultato è che i numeri vengono trattati senza alcuna elasticità. Tutto viene caricato sul 2025, senza distribuire sul 2026 l’impatto del Superbonus quelle spese effettivamente pagate quest’anno (ipotesi tecnicamente possibile). Non è una ribellione, è un messaggio: “Questa volta non potete accusarci di aver nascosto qualcosa!”.Errore politico, quindi. Perché una scelta di rottura richiede controllo della macchina. E qui quel controllo è mancato.La trattativa sul Patto: più tempo, meno flessibilitàIl secondo errore è più strategico e riguarda la partita europea. Nella riforma del Patto di Stabilità, l’Italia ha accettato uno scambio: più anni per rientrare dal deficit, in cambio di regole molto più rigide.È qui che si consuma la scelta discutibile. Il vecchio principio del “close to balance” offriva margini politici, discrezionalità, possibilità di evitare procedure anche con piccoli scostamenti. Oggi quel margine non esiste più. Restano numeri, formule, automatismi.Il governo ha puntato sulla gradualità, evitando manovre immediate troppo pesanti. Ma il prezzo è evidente oggi: basta uno 0,1% per restare dentro la procedura.Anche qui, la responsabilità è politica. Perché accettare regole più “matematiche” significa esporsi esattamente a quello che sta accadendo.Leggi anche:Perché l’Italia supera il deficit/pil? Il M5S chieda a Conte: “Colpa del superbonus”Il rapporto Deficit/Pil resta al 3,1%. Cosa cambia ora per l’Italia?Deficit al 3,1%, per ora niente riarmo e la pressione fiscale cresceLa tenaglia tecnica: Ragioneria e IstatA questo punto, però, entra in gioco il secondo livello. Perché una volta commessi gli errori, il sistema si è chiuso a riccio.La Ragioneria scarica tutto sul 2025. L’Istat certifica senza cercare margini interpretativi. Nessuna limatura, nessuna lettura più favorevole. Solo rigore.Il famoso 3,07% non diventa 3,0, ma 3,1. Formalmente corretto. Politicamente devastante.Nei corridoi si parla di una vera e propria “tenaglia tecnica”. Non coordinata, non dichiarata, ma efficace. Le istituzioni si proteggono dopo anni di accuse e lo fanno nel modo più semplice: non lasciando più spazio alla politica.E poi c’è l’Europa a guida tedesca…Ed è qui che il quadro cambia completamente scala. Perché se tutto si fermasse agli errori italiani, il caso sarebbe chiuso. Invece no.L’Europa oggi funziona con una rigidità selettiva che diventa difficile da ignorare. L’Italia viene inchiodata a uno 0,1% di scostamento, mentre negli anni scorsi la Germania ha costruito un’operazione da 60 miliardi di euro fuori bilancio, utilizzando risorse autorizzate durante l’emergenza Covid e poi dirottate su un fondo parallelo per la transizione economica.Quel meccanismo – il cosiddetto “fondo ombra” – ha permesso a Berlino di spendere oggi debito contabilizzato ieri, aggirando nei fatti i vincoli annuali. Non un dettaglio tecnico, ma una vera operazione di ingegneria finanziaria. A fermarla non è stata Bruxelles, ma la Corte costituzionale tedesca, che nel novembre 2023 ha dichiarato illegittimo il trasferimento di quei fondi.È difficile non vedere il cortocircuito. Da una parte, un Paese come l’Italia che viene passato ai raggi X per ogni decimale. Dall’altra, la principale economia europea che ha potuto muoversi per anni su cifre enormemente più rilevanti senza subire lo stesso livello di pressione politica.Il punto non è negare gli errori italiani, ma osservare il contesto in cui si muovono. Chi ha forza negoziale può permettersi di esplorare i margini delle regole, anche spingendosi oltre. Chi non ce l’ha, resta incastrato nella loro applicazione più rigida.E così il paradosso si compie. Berlino, dopo essere stata costretta a rientrare nei ranghi, diventa tra i principali sponsor di regole ancora più stringenti. Mentre Roma si ritrova a fare i conti con un sistema che non premia il rigore, ma la capacità di non restare intrappolati nelle regole stesse.Il paradosso finaleGiorgetti ha sbagliato due mosse, e questo è difficile da negare. Ha forzato sulla nomina di Perrotta senza consolidare il rapporto con la macchina. Ha accettato un compromesso europeo che oggi si ritorce contro.Ma una volta commessi quegli errori, si è trovato dentro un sistema che non prevede seconde possibilità. Una macchina tecnica che non concede flessibilità e un’Europa che applica le regole in modo tutt’altro che neutrale.Alla fine, la battaglia dei decimali diventa qualcosa di più. Non è solo contabilità pubblica. È il punto in cui limiti nazionali e limiti europei si sommano invece di compensarsi.E così l’Italia resta in procedura per qualche centinaio di milioni, mentre altrove si muovono cifre ben diverse. Non è una giustificazione. Ma è una parte essenziale della storia.Enrico Foscarini, 23 aprile 2026L'articolo Giorgetti schiacciato dalla Germania e dai suoi errori proviene da Nicolaporro.it.