Soldi agli avvocati se il migrante se ne va: il dettaglio che nessuno ti spiega

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C’è una linea sottile che separa uno Stato di diritto da un sistema che piega le regole ai propri obiettivi. Quella linea passa, da sempre, per l’indipendenza della difesa. Ed è proprio lì che interviene la norma contenuta nel decreto sicurezza, che prevede un compenso per gli avvocati nei casi in cui il migrante assistito accetti il rimpatrio.A prima vista può sembrare una misura pragmatica, quasi amministrativa: incentivare i rimpatri volontari, alleggerire il sistema, rendere più efficienti le procedure. Ma basta guardare un po’ più a fondo per coglierne la portata reale. Qui non si sta semplicemente regolando un procedimento: si sta introducendo un incentivo economico che orienta la strategia difensiva. Si paga l’avvocato non per aver difeso al meglio il proprio assistito, ma per averlo condotto verso una specifica decisione: andarsene.È un cortocircuito evidente. L’avvocato, nel nostro ordinamento, non è un ingranaggio della macchina statale né un facilitatore di politiche pubbliche. È il garante dei diritti del suo cliente, anche — e soprattutto — quando questi diritti sono scomodi. Legare il compenso all’esito della pratica significa, invece, introdurre un interesse estraneo nel cuore della relazione fiduciaria: più il migrante rinuncia a restare, più la difesa viene premiata.Non serve immaginare pressioni esplicite o comportamenti scorretti per capire il problema. È sufficiente il meccanismo in sé. Anche solo suggerire una strada piuttosto che un’altra, quando esiste un incentivo economico in gioco, altera l’equilibrio. Trasforma l’informazione legale in qualcosa di potenzialmente orientato. E quando l’informazione è orientata, la scelta non è più pienamente libera.Leggi il dibattito: Perché sì: Immigrati, quanta pazienza ci vuole a governare questo Paese di Alessandro SallustiPerché no: Soldi agli avvocati per i rimpatri? Per un liberale non è accettabile di Lorenzo MaggiA questo si aggiunge un ulteriore elemento di squilibrio: mentre si premia il rimpatrio, si rendono meno accessibili — o comunque meno sostenute — le alternative, come l’impugnazione dei provvedimenti di espulsione. Il risultato è un sistema che non vieta formalmente di esercitare un diritto, ma lo scoraggia, rendendolo più oneroso o meno conveniente. Non è un divieto, ma una spinta. Non è una coercizione, ma una pressione.Eppure la sostanza non cambia. Perché uno Stato di diritto non si misura solo da ciò che proibisce, ma anche da come tratta le scelte dei cittadini. Se lo Stato premia economicamente una determinata decisione, e lo fa attraverso il filtro della difesa tecnica, sta intervenendo in modo improprio su quella libertà.Si dirà: è una misura limitata, circoscritta, legata a un contesto specifico. Ma è proprio questo il rischio. Le eccezioni sono spesso il laboratorio delle derive. Oggi riguarda i migranti, domani potrebbe riguardare altri ambiti. Il principio che si incrina è uno solo: la difesa deve essere libera da interessi diversi da quelli dell’assistito.Pagare un avvocato per spingere verso il rimpatrio significa, in ultima analisi, comprare l’indirizzo della difesa. È una distorsione profonda, che altera il senso stesso della funzione forense e indebolisce le garanzie su cui si fonda la giustizia.Non è sicurezza, perché la sicurezza non si costruisce comprimendo i diritti. È, piuttosto, un passo pericoloso verso un modello in cui le garanzie diventano negoziabili, orientabili, condizionate.Per questo non siamo di fronte a una norma da aggiustare o migliorare. Siamo di fronte a una norma sbagliata. E le norme sbagliate, quando toccano principi così fondamentali, non si correggono: si cancellano.Salvatore di Bartolo, 23 aprile 2026L'articolo Soldi agli avvocati se il migrante se ne va: il dettaglio che nessuno ti spiega proviene da Nicolaporro.it.