C’è tempo instabile a Napoli martedì 21 aprile. È sera. All’ospedale Evangelico di Villa Betania arrivano due uomini. Uno è gravemente ferito. Codice rosso. Lo trasportano d’urgenza al reparto di rianimazione dell’ospedale di Nocera Inferiore (SA). L’altro, intanto, racconta: ci dev’essere stato un incidente stradale, l’uomo ferito era sulla carreggiata nei pressi di Via Argine. Lui l’ha visto e l’ha soccorso.Però c’è qualcosa che non torna: la Polizia locale non riscontra evidenze compatibili con un incidente stradale. Anche per i medici qualcosa non quadra: i traumi non collimano con quelli che solitamente si riscontrano in queste dinamiche. Gli agenti della Polizia, insieme a funzionari dell’ASL, fanno un sopralluogo presso la ditta di autotrasporti di cui è titolare quell’uomo tanto intriso di senso civico da aver raccolto un ferito per strada ed averlo soccorso.Raccolgono elementi chiari: l’incidente non è avvenuto per strada, ma proprio in quel piazzale.Passa il tempo e il “prenditore” cede: ha orchestrato lui tutto quel teatrino proprio per paura che venisse fuori che l’infortunio era avvenuto nella sua impresa. E che quell’uomo, ucraino di 63 anni, era un suo dipendente. Ma in nero, senza lo straccio di un contratto.Da Nocera Inferiore ci spostiamo di pochi chilometri. Siamo negli stessi giorni, metà di aprile, ma a Salerno, all’ingresso dell’ospedale Ruggi d’Aragona.Qualcuno passa, abbandona il corpo di un uomo, poi fugge. L’uomo buttato lì quasi come un oggetto dovrebbe avere più o meno 35 anni, sembra di origine indiana. “Dovrebbe”, “sembra”, perché non ha documenti, nulla si sa sulla sua identità. Quel che invece si sa è che ha le gambe in cancrena e una grave infezione al fegato. Al momento si può solo supporre che sia uno dei tanti lavoratori indiani che nella Piana del Sele lavorano negli allevamenti bufalini o nella raccolta di ortaggi.Le avete forse sentite queste notizie in qualche TG nazionale? Hanno aperto qualche grande quotidiano? Certo che no, meglio occuparsi delle scarpe da migliaia di euro della sindaca di Genova Silvia Salis. Eppure queste due storie, che quando uno le legge è impossibile non provare un “torcimento”, un’indignazione e una rabbia profonda, sono tutt’altro che “eccezionali”.A giugno 2024 un tale signor Lovato, che qualcuno chiama imprenditore, aveva gettato via il corpo di Satnam Singh, con il braccio tranciatogli da un macchinario buttato in una cassetta della frutta. Anche in quel caso per impedire che si scoprisse che si trattava di un suo dipendente in nero, infortunatosi sul posto di lavoro. Se Satnam fosse stato trasportato in ospedale, presumibilmente si sarebbe potuto salvare. Lovato l’avrebbe invece condannato a morte per provare a salvare la propria azienda, la propria posizione, la propria reputazione.Balziamo ad aprile 2025: Yassine Bousenna, un ragazzo marocchino di 17 anni senza permesso di soggiorno, viene scaricato – come fosse merce irreparabilmente danneggiata – davanti all’ospedale di Nocera Inferiore. Yassine morirà per le ferite riportate a causa di una pressa che l’ha schiacciato nella fabbrica in cui lavorava senza contratto. Se fosse stato immediatamente soccorso si sarebbe forse potuto salvare?Prova a leggere queste storie, una dopo l’altra. Un nome, poi il successivo. Ancora. E ancora. Assieme alla rabbia salgono alla testa domande. Tante domande. Quanto vale la vita di un essere umano per questi “prenditori”? Quanto vale la vita di un essere umano che è nato in un altro Paese, che si chiami Ucraina o India? Non è un caso che gli abbandoni di lavoratori feriti davanti a un pronto soccorso, a un’abitazione, ai bordi di una carreggiata, tocchi quasi sempre lavoratori migranti.Perché il “prenditore” sa – nel senso di percepire immediatamente, senza nemmeno starci a pensare – che presumibilmente soffrono una condizione di maggiore debolezza rispetto ai colleghi italiani: più isolati, meno propensi a rivolgersi alle istituzioni, magari perché sotto ricatto, perché privi permesso di soggiorno o comunque in situazione di marcata precarietà, non solo contrattuale. Vite appese.Le domande non finiscono. Si affollano. Se questi sono i casi che arrivano su qualche pagina di cronaca (sebbene ben nascosti), quanti altri ce ne sono? Quanti di quegli esseri umani ritrovati a bordo delle strade magari non sono vittime di incidenti stradali, ma morti sul lavoro e solo successivamente trasportati lì?Di fronte a questo panorama, la politica è a dir poco ferma.Una vera regolarizzazione dei lavoratori stranieri già presenti sul territorio italiano permetterebbe di renderli più forti e meno ricattabili di fronte ai “prenditori” (italiani e non) che incontrano sulle loro strade. E quando un pezzo di classe lavoratrice è più forte, si rafforza anche il resto della comunità di lavoratori e lavoratrici. È per questo che il governo dell’ultradestra non farà alcuna regolarizzazione (come non l’hanno fatta nemmeno i governi tecnici o di centrosinistra): guai a scontentare i soggetti che fanno parte del proprio blocco sociale ed elettorale!A questo governo va imputata però non solo l’inazione, ma – oltre ai decreti sicurezza che fanno del migrante il nemico pubblico numero uno – anche i passi di quella che assomiglia a una danza del gambero: per finanziare la riduzione delle accise sui carburanti ha tagliato, tra gli altri, i fondi per combattere il lavoro nero (oltre che quelli per la ricerca pubblica sanitaria e per la prevenzione e promozione della salute).La verità è che i Satnam Singh, i Yassine Bousenna, i Patrizio Spasiano e le Luana D’Orazio non sono nell’agenda politica e mediatica del Paese. A una settimana dalla festa dei lavoratori (e NON del lavoro!) del primo maggio è stato pubblicato il rapporto dell’Ispettorato del Lavoro per il 2025. Ancora una volta mostra che la stragrande maggioranza delle imprese sottoposte a controlli sono fuori legge. Su 157mila ispezioni avviate l’anno scorso da INL, INPS e INAIL, in 83.488 casi sono state riscontrate irregolarità. Un tasso pari al 74%, vale a dire 3 aziende su 4 non rispettano le norme.A farci le spese i lavoratori e le lavoratrici: derubati dei loro stipendi, attaccati nel godimento di diritti pur scritti nero su bianco, messi in pericolo dall’assenza di rispetto delle norme sulla sicurezza. Ma anche lo Stato è vittima: i contributi sottratti all’erario sono ingenti e una seria lotta al lavoro nero, a quello grigio e alle truffe su buste paga e contratti permetterebbe di recuperare soldi da mettere a disposizione della nostra gente. Invece c’è una classe politica che preferisce lasciarli nelle tasche di questi “prenditori”, tipico prodotto cresciuto all’ombra di un potere politico complice e connivente.L'articolo Sfruttati, feriti e abbandonati: quanto vale la vita di un lavoratore migrante? proviene da Il Fatto Quotidiano.