di Riccardo CapannaLa stampa mainstream accusa spesso X, il social di Elon Musk, di fare propaganda a favore di ambienti conservatori e repubblicani. Una mezza verità e una mezza bugia: certo l’algoritmo predilige e mette spesso in evidenza i tweet di Musk e compari, ma tanto è fatto anche e soprattutto dalle interazioni prodotte dagli utenti.Appena si apre l’applicazione, compare un post con contenuti di destra, spesso divisivi, quindi l’utente di sinistra che lo guarda è portato a visualizzarlo, rispondergli e generare visibilità. Io sono molto attivo su X, ma siccome ingaggio discussioni politiche più con centristi che con conservatori, visualizzo più threads dei primi che dei secondi (sebbene renziani e calendiani siano ormai creature rare in natura).Un altro fattore importante è il maggior numero di utenti di destra che utilizzano l’ex Twitter e perciò creano più contenuti. Le accuse a X, in definitiva, sono ingigantite.Dall’altra parte, l’inchiesta di Report e del Fatto Quotidiano ha svelato che a interferire con i processi democratici non è X del “cattivo” Musk, ma Meta (Facebook e Instagram) del “buono” Mark Zuckerberg. L’azienda ha ammesso che esiste la possibilità di aver condiviso con terze parti, inclusi “partner governativi o comitati elettorali”, dati aggregati riguardanti età, genere, posizione geografica, dispositivi e interazioni di 6,5 milioni di utenti in occasione delle elezioni politiche del 2022. E, in tutto questo, il Garante della privacy ha tergiversato: l’unico, tardivo provvedimento attuato è una multa di 75 milioni (nulla per una società come Meta), in seguito scontata del 67% a 25 milioni, lo 0,02% del fatturato mondiale annuo dell’azienda.Questo è il caso più eclatante e ai limiti del legale. È lo stesso funzionamento di Facebook e Instagram a favorire la censura e le interferenze politiche. Se infatti su X gli utenti segnalano, con le dovute fonti e le “note della collettività”, le fake news, senza però oscurarle bensì lasciando un piccolo commento con la fonte del fact-checking, i due social di Zuckerberg possono addirittura oscurare chi, a detta dei supremi fact-checkers, avrebbe detto falsità.È il recente caso del professor Barbero, il cui video a favore del No al referendum è stato nascosto, e ancora prima dei contenuti no-vax, filo-putiniani o critici di Netanyahu. A prescindere dalla questione se fossero davvero contenuti falsi o no — alcuni lo erano, molti altri no — il problema sorge sempre quando c’è un organo supremo che può stabilire la sua verità.C’è da chiedersi, allora, perché i media mainstream denuncino la propaganda di X e non di Meta: forse perché il secondo nasconde le fake news “giuste” e il primo segnala anche le fake news “sbagliate”: le loro.Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.L'articolo A interferire coi processi democratici non è X, ma Meta: chissà perché i media mainstream non ne parlano proviene da Il Fatto Quotidiano.