Dalla Resistenza alla ‘Difesa civile’: per attuare la Costituzione serve ridurre le spese militari

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Mentre il 24 aprile il Milex, l’Osservatorio sulle spese militari italiane, ci informava che in tre anni il governo Meloni sono ha avviato 78 nuovi programmi di riarmo per un costo di 38 miliardi di euro, il 25 aprile la Campagna Un’altra difesa è possibile ha portato stand informativi nei luoghi della memoria, della Resistenza, della Costituzione, da Casa Cervi a Monte Sole, per promuovere la Difesa civile, non armata e nonviolenta. Non si inaugurava solo la Click week, la settimana di iniziative diffuse per invitare a firmare proposta di legge di iniziativa popolare, ma si ribadiva e si rendeva concreto un principio di continuità: la Liberazione oggi si chiama disarmo, la Resistenza si chiama nonviolenza.L’elemento identitario primario del fascismo, le cui squadracce nacquero sul mito della “vittoria mutilata” nella prima guerra mondiale, è stato il militarismo, per questo il ripudio costituzionale della guerra è il principio fondante dell’antifascismo repubblicano. La Costituzione non si limita ad una invocazione di generico pacifismo, ma ripone il “mezzo” e lo “strumento” della guerra tra i ferri vecchi della storia dopo Hiroshima e Nagasaki, promuovendo così la preparazione di mezzi e strumenti nuovi e pacifici – come indicato dalla Carta delle Nazioni Unite evocate nel secondo comma dell’Articolo 11 – per la “risoluzione delle controversie internazionali”. La Costituzione, nata dalla lotta di liberazione dal fascismo e dalla guerra, esprime un progetto di civiltà disarmata e nonviolenta dentro al quale si inserisce e va letta – come ha indicato la Corte Costituzionale – anche la “difesa della patria” prevista nell’Articolo 52.Nell’Ottantesimo anniversario dell’elezione dell’Assemblea Costituente, la Campagna per la difesa civile, non armata e nonviolenta vuole dunque dare attuazione al progetto costituzionale, sempre più contraddetto dalla continua lievitazione delle spese militari e dalla partecipazione alle guerre: la nonviolenza non significa non difesa o inazione, ma difesa con mezzi alternativi alle armi. Lo spiegava già Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento: “Perché intendere la difesa soltanto con le armi, come distruzione dei nemici? Il metodo nonviolento è in grado di organizzare, nei più minuti particolari, una resistenza nonviolenta, sulla base della non collaborazione e del rendere molto difficile l’azione bellica dei nemici, che finisce con essere una difesa ancora più risoluta e tenace di quella militare” (Difesa e violenza, Azione nonviolenta, giu-lug 1968).Del resto molte esperienze di efficace resistenza nonviolenta – all’origine dei successivi progetti internazionali di difesa nonviolenta nelle loro diverse accezioni e definizioni – si svilupparono proprio durante la resistenza popolare al nazifascismo in Europa. All’ormai classico studio di Jacques Sémelin Senz’armi di fronte ad Hitler (1993) se ne sono aggiunti molti altri: segnalo solo La conta dei salvati di Anna Bravo e Resistenza nonviolenta 1943-45 di Ercole Ongaro (entrambi del 2013). Ma su tutte valgano le parole di Hannah Arendt che ne La banalità del male (1964) dedica diverse pagine alla resistenza non armata dei danesi sotto l’occupazione tedesca, che riuscì a salvare quasi tutti i cittadini di religione ebraica dalla furia nazista: “La storia degli ebrei danesi è una storia sui generis, e il comportamento della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro paese d’Europa (…). Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori”.Anche la difesa nonviolenta ha ormai molteplici esperienze storiche documentate e studi di fattibilità, dal classico testo di Theodor Ebert La difesa popolare nonviolenta (1983) al recente Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (2023) di Erica Chenoweth. La socializzazione della capacità di difesa – attraverso la transizione dalla “difesa offensiva” (come “la guerra preventiva” di aggressione), alla “difesa difensiva” (come la difesa armata del paese), alla difesa civile non armata e nonviolenta, anche rispetto alle possibili oppressioni interne – è fondata sulla capacità di tutti di agire il proprio potere civile anziché delegare la difesa ad una organizzazione militare a cui è consegnato il monopolio della violenza: una progressiva riappropriazione del potere dei cittadini data dall’acquisizione diffusa delle tecniche della nonviolenza. Che, non a caso, Aldo Capitini già alla metà degli anni sessanta indicava di inserire tra i saperi necessari nell’insegnamento scolastico dell’educazione civica.Quindi, per dare piena attuazione alla Costituzione e contemporaneamente avviare il “programma costruttivo” (Gandhi) del movimento per la pace; per ridurre drasticamente le spese militari e finanziare – anche con l’opzione fiscale – la difesa non armata e nonviolenta; per dare più potere ai cittadini sottraendolo al complesso militare-industriale; per tutte queste ragioni firmare personalmente adesso la proposta di legge di iniziativa popolare (illustrata qui nella sua articolazione) è già un esercizio nonviolento di democrazia diretta.L'articolo Dalla Resistenza alla ‘Difesa civile’: per attuare la Costituzione serve ridurre le spese militari proviene da Il Fatto Quotidiano.