Crescita italiana appesa alla durata della guerra: a rischio 0,2 punti di aumento del pil. E il Dfp evoca il rischio stagflazione

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“Qualche giornalista mi ha chiesto cosa prevedo. Io dico ‘chiedetelo a Trump‘”, ha scherzato mercoledì Giancarlo Giorgetti, parlando dei diversi scenari economici inseriti nel Documento di finanza pubblica per tener conto del rischio che la guerra in Medio Oriente non si risolva a breve. Il rischio, checché ne pensi Giorgia Meloni che durante il consiglio dei ministri avrebbe chiesto al titolare del Mef “un po’ di ottimismo“, è che le cose vadano decisamente peggio rispetto alla crescita dello 0,6% prevista nello scenario base. Il Mef, nel testo che delinea il quadro tendenziale dei conti (anche quest’anno manca la parte programmatica, cioè la rotta che il governo intende seguire nella prossima legge di Bilancio), mette nero su bianco che se il conflitto scatenato da Usa e Israele si prolungasse, facendo salire ulteriormente i prezzi medi di petrolio e gas naturale, il tasso di crescita 2026 si fermerebbe a +0,4% e nell’anno successivo entreremmo in recessione. Ma anche il risicato progresso preventivato per l’anno in corso non è garantito, avverte l’Ocse nella Economic survey sull’Italia pubblicata giovedì.L’organizzazione parigina, che ha già tagliato allo 0,4% e 0,6% rispettivamente le stime per il 2026 e 2027, spiega infatti che “i rischi su tale scenario sono significativi e orientati al ribasso” causa tensioni geopolitiche e commerciali, incertezze sulla domanda estera e fragilità del settore finanziario. Il capo economista Stefano Scarpetta ha spiegato che quelle valutazioni risalgono a un mese fa, quando “eravamo in una fase iniziale nel comprendere l’impatto del conflitto e l’impatto sul mercato energetico”. Nel frattempo, ha ricordato, i prezzi petroliferi sono lievemente scesi “e l’Italia, come gran parte dei Paesi Ocse, ha introdotto misure di sostegno per le famiglie e per le imprese”. Insomma: non è detto che la revisione in arrivo a giugno sia in peggio, ma non si può escludere. Bisognerà capire se il costoso taglio generalizzato delle accise – in scadenza il 1° maggio a meno di proroghe – si rivelerà sufficiente a tamponare uno choc che dai carburanti potrebbe trasmettersi agli alimentari e in generale al carrello della spesa, oltre ad aumentare i costi sostenuti dall’industria.Quanto stretta sia la strada è ovviamente ben chiaro al governo Meloni. Il capitolo del Dfp dedicato a “Previsioni e rischi” è un catalogo dettagliato di quel che potrebbe andare storto. Se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, si materializzerebbero “effetti più intensi e persistenti rispetto allo scenario di riferimento, con rialzi prolungati dei prezzi dei combustibili fossili, dei fertilizzanti e di altre materie prime, nonché possibili vincoli all’offerta nei Paesi esportatori”. L’Italia è particolarmente esposta a causa della sua dipendenza energetica dall’estero, “una caratteristica strutturale del sistema economico italiano”. Ne deriverebbe un effetto domino macroeconomico: “Gli impatti si propagherebbero attraverso canali distinti che potrebbero reciprocamente amplificarsi. Il più diretto è quello inflazionistico: prezzi delle materie prime energetiche stabilmente elevati eroderebbero il potere d’acquisto delle famiglie, comprimendo i consumi reali e deprimendo la domanda aggregata”. Ma prima ancora peseranno le aspettative: il deterioramento del quadro economico pesa su fiducia e decisioni di spesa “prima ancora che lo shock si materializzi pienamente”. Il terzo passaggio è finanziario. Le condizioni del credito, a fronte della reazione delle banche centrali all’inflazione, diventeranno più restrittive amplificando gli effetti recessivi e “chiudendo il circolo vizioso tra costi, domanda e attività produttiva”.A questo si aggiunge il canale estero. L’aumento dei costi di trasporto, il dirottamento delle rotte marittime e le interruzioni logistiche rallentano gli scambi, mentre sullo sfondo resta il rischio di un’escalation commerciale tra Stati Uniti e Cina. Lo choc energetico e quello commerciale potrebbero “rafforzarsi a vicenda”, fino a un temibile scenario di stagflazione, con crescita debole causa compressione della domanda, inflazione elevata e margini ridotti per le politiche monetarie e fiscali. Non basta: il Documento evoca anche un rischio di frammentazione finanziaria globale, tra debiti elevati, mercati più volatili e nuove vulnerabilità legate alla concentrazione degli investimenti in IA, “spesso veicolati da intermediari non bancari meno trasparenti”. Tanto che non si possono escludere “fenomeni di contagio sistemico“.Sul fondo restano i nodi strutturali ricordati dall’Ocse. Negli ultimi anni l’attività economica è stata sostenuta in larga parte da fattori straordinari, a partire dagli investimenti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza e dagli incentivi fiscali. In un contesto di rincari energetici, credito più costoso e commercio globale in rallentamento non basta. Serve, ribadisce l’organizzazione, una strategia più ampia e selettiva che prosegua l’impulso del Pnrr e rafforzi le basi strutturali della crescita: dalla pubblica amministrazione alla giustizia, dal fisco al mercato del lavoro. La ricetta è quella sentita molte volte e mai messa in pratica fino in fondo: migliorare l’efficienza della Pa e la qualità delle istituzioni, ridurre la durata dei processi civili, rendere il sistema fiscale più semplice e favorevole alla crescita, aumentare la partecipazione soprattutto femminile al lavoro e rafforzare la concorrenza nei servizi. In aggiunta, il nuovo choc energetico evidenzia quanto sia rischioso dipendere dalle importazioni di combustibili fossili. E quanto urgente sia la transizione. “L’elettrificazione e il passaggio dal gas naturale alle fonti rinnovabili per la produzione di elettricità, sfruttando al meglio le risorse naturali dell’Italia”, saranno fondamentali per ridurre i costi, le emissioni e la dipendenza dalle importazioni. Ma “richiederanno interventi di policy, anche per accelerare lo sviluppo delle infrastrutture di generazione, trasmissione e stoccaggio”.L'articolo Crescita italiana appesa alla durata della guerra: a rischio 0,2 punti di aumento del pil. E il Dfp evoca il rischio stagflazione proviene da Il Fatto Quotidiano.