Ci sono date che non passano, e restano lì a contemplarti da lontano, come delle crepe sottili nel muro della memoria. Il 26 aprile 1986 è una di quelle date. Quel 26 aprile di ormai 40 anni fa, il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose: il cuore pulsante della tecnologia energetica sovietica dell’epoca, si era di colpo disgregato lasciando soltanto un nocciolo fumante carico di radioattività, una nube velenosa e invisibile nel cielo, e un’ampia area rossa di sterminio tutt’intorno.Ma Chernobyl è qualcosa di più di una crepa. E’ una ferita nella storia recente del mondo moderno. Resta l’incidente nucleare civile più devastante di sempre, e rimane comunque avvolto da un velo di ambiguità, tra segretezza e sottovalutazione del rischio. Ancora oggi Chernobyl è disabitata per un’area di 30 km: la zona di esclusione perimetrata dopo il disastro. Si trova nell’Ucraina settentrionale, al confine con la Bielorussia. La città più vicina è Pripyat, che è oggi una ghost town abbandonata; rientra spesso in tour clandestini promossi da un turismo occulto che include anche le aree adiacenti per visite sotto stretto controllo.Autoscontri in un parco giochi della città abbandonata di Pripyat, in Ucraina, il 27 novembre 2012. (Foto AP/Efrem Lukatsky, archivio)Si tratta dell’unico incidente, insieme a quello di Fukushima in Giappone in seguito al terremoto e allo tsunami che colpì il Paese nipponico nel 2011, a esser classificato al settimo livello (il massimo) della scala che misura le catastrofi. Viene anche ritenuto l’evento più disastroso e più costoso della storia, con stime che si aggirano oltre i 700 miliardi di dollari americani. La gestione dell’emergenza ha impegnato oltre mezzo milione di persone.Il reattore che la notte del 26 aprile 1986 si sgretolò è stato poi confinato in un sarcofago di cemento progettato per contenere le radiazioni. Ma l’area rimase comunque altamente radioattiva. Dopo l’abbandono di donne e uomini, gli animali e la vegetazione si sono riappropriate del territorio formando un ecosistema unico, noto come ‘Riserva radioecologica di Polesia’ (un posto a cavallo tra Ucraina e Bielorussia).Dalle ore successive al disastro le nubi furono spinte dal vento verso nord, investendo anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia, toccando poi nei giorni a seguire con livelli di radioattività inferiori anche l’Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e la penisola balcanica, Danimarca, Paesi Bassi, Mare del Nord e Regno Unito, fino a porzioni della costa orientale del Nord America. L’emissione di vapore radioattivo cessò il 10 maggio.Morti e malati, i numeri di ChernobylI dati sulle morti e i malati nel corso degli anni non sono mai riusciti a esser concordi; la media di alcuni numeri – i più verosimili – si aggirano intorno alle 600mila vittime, nei 20 anni dal giorno dell’esplosione della centrale. Superano i 6,5 milioni di persone coloro che sono state esposte nelle diverse zone, disegnate e colorate in base al grado di pericolosità radioattiva. L’area di esclusione con ‘zone confiscate’ venne racchiusa in 3100 km quadrati, quella a stretta osservazione con zone di controllo permanente a 7200 kmq, quelle sotto controllo periodico a 19.100 kmq, le aree a bassa contaminazione a 200mila kmq.Praskoviya Nezhyvova depone una foto di suo figlio Viktor, morto in seguito alle operazioni di bonifica dopo l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl del 1986, presso un monumento dedicato alle vittime a Kiev, il 26 aprile 2004. (AP Photo/Efrem Lukatsky, File)Di Chernobyl restano però anche le immagini: i pompieri chiamati a spegnere un incendio con attrezzature non adeguate; i bambini di Pripyat che continuano a giocare all’aperto mentre fumi e polveri tossiche avvolgevano ogni cosa; gli elicotteri suicida sopra il tetto scoperchiato del reattore 4 nella speranza che gettando sabbia e boro qualcosa potesse cambiare. Tutto questo mentre, nel silenzio convulso, il nucleo continuava a rilasciare radiazioni mortali.A 40 anni di distanza, l’involucro del reattore è diventato più moderno, con una gestione tecnologicamente avanzata e con un livello di sicurezza maggiore. Non senza rischi, come mettono in evidenza alcune recenti denunce internazionali. Le radiazioni si sono in parte disperse, la natura, è vero, ha riconquistato i suoi spazi ed è così che forse è stato ripagato il devastante danno ambientale. Il vero disastro però non fu quello legato o meno all’errore umano o tecnologico; ma l’illusione di essere infallibili tipica di quel periodo, un frangente storico fatto di decise contrapposizioni.Una copertura sopra il sarcofago che ricopre il reattore esploso nella centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, sabato 16 aprile 2022. (AP Photo/Efrem Lukatsky)Un’illusione che bisogna tener presente in un momento in cui l’energia nucleare torna al centro del dibattito globale e nazionale, a causa di una crisi che oggi, con la guerra all’Iran, sembra esser diventata infinita. Anche se, bisogna ricordarlo, ad aprire le danze fu – soltanto quattro anni fa (ironia della sorte) – l’invasione della Russia all’Ucraina. Anche ora, tra bombe e droni, la centrale di Chernobyl continua a destare preoccupazione nella comunità internazionale.Il nucleare è ritornato in campo, al centro dell’attenzione sia europea che mondiale, come possibile soluzione per sopperire alla progressiva riduzione dei combustibili fossili (petrolio e gas con prezzi troppo volatili e quindi fuori controllo), per contrastare l’aumento dei costi dell’energia con il suo peso specifico devastante per l’economia mondiale, per entrare nel mix energetico e provare l’integrazione con le rinnovabili (soprattutto fotovoltaico, eolico, idroelettrico) per far fronte alla crisi climatica. La lezione di Chernobyl non sta quindi nell’ideologia che si porta dietro quel disastro ma nella memoria di quanto accaduto per evitare che possa ripetersi.Questo articolo Chernobyl, cosa resta 40 anni dopo il disastro nucleare proviene da LaPresse