L’Italia è nuovamente sulla graticola del debito pubblico dopo i nuovi dati pubblicati dall’istituto di statistica europeo, che evidenziano un debito pubblico nazionale che cresce più del previsto.Pochi giorni fa, ad accendere un primo e importante campanello d’allarme era stato il Fondo Monetario Internazionale, che si concentrava proprio sul rapporto tra Pil e debito, evidenziando l’esigenza di una razionalizzazione fiscale e di una maggiore crescita.Ormai chiunque abbia vissuto un po’ nel nostro Paese avrà familiarizzato con questi temi, e avrà anche maturato una propria personalissima opinione, a prescindere dalle proprie competenze in materia economica.Competenze che, del resto, sono soltanto parzialmente necessarie: la macchina pubblica italiana è evidentemente in difficoltà da tempo, e sarebbe del tutto ingiusto imputare all’attuale esecutivo l’intera responsabilità di processi che durano da decenni. Questa difficoltà la si può leggere nei numeri, certo, ma diviene ancora più evidente nelle sue declinazioni concrete.Ricordando gli aspetti monetari non solo altro che una traduzione di elementi reali, le difficoltà sono evidenti in quasi tutte le dimensioni del nostro vivere e abitare l’Italia: dalla sanità all’istruzione, dalla cultura all’occupazione, dalla demografia alla sostenibilità del nostro sistema pensionistico.Di fronte a queste condizioni, quindi, immaginare una razionalizzazione fiscale, o immaginare una riduzione del debito, a fronte di una prolungata invarianza sostanziale di Pil è velleitario.Per quanto possa essere efficace, l’idea di razionalizzare la fiscalità del nostro Paese apre scenari macro-economici davvero troppo complessi, e altera degli equilibri troppo radicati.Non è un caso che nessuno, ma davvero nessuno, abbia mai avuto realmente la possibilità di prendere il nostro sistema di finanza pubblica e ristrutturarlo integralmente.Andrebbe fatto? Certamente. Ma dato che al momento, e la storia recente lo conferma, quella leva risulta soltanto moderatamente modificabile, il rapporto tra Debito Pubblico e Pil va interpretato come un rapporto in cui c’è soltanto un fattore su cui si possa intervenire, ed è il prodotto interno del nostro Paese.Il punto è comprendere che se il Pil cresce più del debito, allora il debito può anche aumentare. E qui si apre una strada diversa: quella di comprendere come fare aumentare davvero questo prodotto.Una grande rilevanza la possono sicuramente giocare le imprese, e tra le imprese, soprattutto quelle che presentano un potenziale valore aggiunto più elevato rispetto ad altri settori.In questo quadro, ad esempio, qualche anno fa Draghi aveva identificato come prioritarie le società tech-driven, ma non sono l’unica linea di intervento possibile. O meglio, lo sviluppo concreto delle società tech-driven, dalle start-up ai conglomerati, può essere un obiettivo da perseguire, ma che richiede la creazione di un ecosistema intermedio abilitante.In concreto: se la struttura dei capitali in Italia non è comparabile con quella di altri paesi europei o internazionali, allora una start-up, magari fondata in Italia, che ha sviluppato dei primi round nel nostro Paese, e che necessita però di cifre che nella nostra economia scarseggiano, non avrà altre strade se non quella di svilupparsi all’estero, sia trasferendosi, sia cedendo le proprie quote a fondi di investimento che avranno nei confronti di queste società un interesse esclusivamente finanziario, e ben poco reale.Anche qui, ci possono essere senza dubbio delle azioni possibili per migliorare la filiera di creazione del valore in ambito tecnologico, ma per quanto possano essere efficaci, è un dato di fatto che una start-up che vive e lavora nel contesto londinese avrà dei margini di sviluppo che non troverebbe nel nostro Paese. Si tratta semplicemente di aritmetica: se i flussi finanziari non sono sufficienti a sostenere un numero adeguato di start-up, allora moltissime società si troveranno a competere tra loro. Alcune vinceranno, ma altre invece resteranno indietro. Tutto normale in una logica di mercato, ma poco efficace in una dimensione tech-driven, dove il tasso di incertezza è elevatissimo, ed è necessario quindi poggiare sulla legge dei grandi numeri. Più start-up ci sono, più ne falliscono, ma più c’è la possibilità che alcune di esse facciano davvero il grande salto.Non soltanto per la presenza di maggiori capitali, ma anche per la presenza di universi relazionali, di scambi di competenze, di spunti, di stimoli, di idee, di costruzione di attività che abbiano una reale capacità di trasferire intuizioni in soluzioni concrete, in grado di soddisfare bisogni percepiti su scala globale.È su questo sfondo che forse va immaginata una declinazione del Piano Draghi che si concentri maggiormente su società che abbiano capacità di crescita nell’ambito dell’economia reale, sviluppando tuttavia una diffusione di competenze e di conoscenze che possono poi tradursi anche in un incremento del tasso di innovatività delle nostre imprese, e nella capacità di sviluppare filiere di produzione e distribuzione internazionali.L’Italia ha dei settori imprenditoriali consolidati, che già sviluppano mercati ampi, e che hanno ormai un posizionamento globale e diffuso. Si pensi al farmaceutico, all’ingegneria di precisione. Da soli, però, questi settori non bastano a creare una ricchezza diffusa. C’è bisogno che altri settori crescano. E crescano superando i confini nazionali, con costi marginali decrescenti, e con impatti ambientali localizzati tendenzialmente bassi.In Italia abbiamo un settore tendenzialmente in crescita che risponde a queste caratteristiche, ed è il settore delle cosiddette Industrie Culturali e Creative. Il nome non dovrebbe ingannare: le ICC oggi sono un calderone in cui coabitano esperienze molto differenti tra loro, ma che nel loro complesso sviluppano una struttura di mercato importante. Parliamo di più di 300.000 aziende, giusto per dare un ordine di grandezza.Chiaramente, coesistendo strutture aziendali molto diverse tra loro, è pressoché impossibile definire una linea di intervento che sia valida per tutte. È necessario segmentare, conoscere, comprendere, e in qualche modo, iniziare a sviluppare realmente questo settore, che ad oggi è soltanto un nome, ma che potrebbe divenire un comparto industriale di supporto al Paese.Per alcune di queste società, ad esempio, la catena di produzione del valore prevede valori aggiunti per addetto molto elevati: un’idea brillante di uno stagista di un’agenzia di comunicazione può valere a quell’agenzia un contratto da più di 100.000€. Un team di due ingegneri e un archeologo che lavorano a ricostruzioni digitali in 3d di parti del nostro Patrimonio Culturale può ricevere incarichi a cinque cifre, avvalendosi di “software in abbonamento”, sviluppando economie a bassi costi fissi, e avendo come impatti ambientali quasi esclusivamente gli impatti derivanti dall’utilizzo di internet.Molto spesso però queste società, che pur potrebbero immaginare un’estensione del proprio mercato di riferimento al di fuori dei confini nazionali, hanno tuttavia difficoltà di patrimonializzazione, criticità di flussi di cassa, ancoraggio a monoclienti di medio-grandi dimensioni, come ad esempio la Pubblica Amministrazione, con tutti i limiti di ritardi nei pagamenti e via discorrendo.Per questi settori, e si pensi ad esempio all’audiovisivo, la logica dei finanziamenti a pioggia, o anche soltanto dei bandi Invitala, non è sufficiente. È necessario che ci sia una vera e propria politica industriale alle spalle, che conferisca valore a queste società, sia sotto il profilo delle risorse economico-finanziarie, sia sotto il profilo della capacità di management, che in questi settori è spesso assente, e che molti credono si occupi esclusivamente di reperire contratti.È invece necessario porre le basi per creare investimenti razionali, non finanziando direttamente le piccole società, ma potenziando le imprese più grandi, incentivandole ad acquisire nuove realtà, e ad inserire tali realtà all’interno di sistemi di creazione del valore più ampi.Tutto ciò si tradurrebbe in modo più che lineare anche nei consumi, negli investimenti e nel risparmio dei cittadini. Ricordiamoci che la quasi totalità delle imprese in Italia ha meno di venti addetti. E che nel settore culturale e creativo i liberi professionisti sono tantissimi. Competenti, ma senza la possibilità concreta di crescere o di sviluppare un futuro. Rivoluzionare il comparto, fare in modo che le imprese culturali e creative si dotino di una struttura industriale solida, consentirebbe a tantissime persone di incrementare i consumi, e con il crescere delle dimensioni e dei fatturati, di ridurre i consumi con l’obiettivo di risparmiare per scelte di vita personale, o per fare investimenti. Tutte azioni che andrebbero ad aumentare il nostro Pil.Soprattutto, parliamo di un settore che impiega persone con educazione formale elevatissima, in cui la laurea è ormai diventata l’entry-level.Investire con una logica concreta che coinvolga in primo luogo il settore privato, può essere uno dei tasselli per migliorare le aspettative diffuse sul futuro del Paese. Per dare modo ai giovani di immaginarsi un futuro in Italia. E evitare che i più qualificati si trasferiscano all’estero e i meno qualificati vengano assunti in settori a basso valore aggiunto, come quello delle strutture ricettive, ad esempio.Sia chiaro: le industrie culturali e creative non miglioreranno, da sole, il Pil. Un loro sviluppo, però, potrebbe positivamente influenzare anche altri comparti. Reali. Concreti. Migliorare l’attitudine ad internazionalizzare più che ad espatriare. Raggiungere aree del mondo che altrimenti sarebbero solo e soltanto “estero”, sia che si tratti del paesino italofono in Svizzera, o dell’area del sud-est asiatico. Fare in modo che da tali connessioni possano poi crearsi le condizioni di partenza per lo sviluppo di altre società. Magari tech. Magari sviluppate da ragazzi provenienti da altri Paesi che però verrebbero in Italia a costituire la propria start-up perché qui ci sono tantissime persone con competenze eterogenee, e disposte a mettersi in gioco.Ci sono azioni che migliorano i conti. E ci sono azioni che migliorano quelle condizioni di cui i conti sono esclusivamente un riflesso. Agire sulle Icc potrebbe migliorare il nostro Paese e richiederebbe uno sforzo economico ben più contenuto rispetto a quello richiesto da altri comparti.È forse il caso di farci una riflessione.