di Mario Della CioppaNei giorni scorsi, all’interno del Parlamento, è andata in scena una nuova amara conferma di una deriva ormai evidente: il 24 aprile, durante il voto sul decreto Sicurezza. Cori contrapposti, simboli esibiti come bandiere, appartenenze gridate più che argomentate. “Bella ciao” da una parte, l’Inno di Mameli dall’altra. Nel mezzo, chi resta seduto e in silenzio, come se fosse estraneo a quanto accade. Il punto non è cosa si canta ma dove e come: il Parlamento.Quello che è accaduto in Aula richiama ciò che, da anni, si vede anche il 25 aprile, sempre più caratterizzato da tensioni, contestazioni, appartenenze contrapposte. Ma c’è un elemento in più. Chi alimenta, dentro il Parlamento, queste contrapposizioni in maniera così estrema ed esasperata non può ignorare che subito dopo quelle stesse tensioni si trasferiranno nelle piazze. Non può non sapere che toni e gesti non restano confinati tra quelle mura e che posture così estreme finiscono per alimentare proteste, intemperanze e anche violenze.Chi ha la maggiore responsabilità di tutto questo, se non la politica? Il confronto duro c’è sempre stato ma oggi è diventato più continuo, più esposto e sempre meno contenuto entro il ruolo istituzionale. E quello che accade in quei luoghi non resta lì. Quello che stiamo vedendo è il segno di un deterioramento profondo, che riguarda il modo stesso in cui la politica interpreta se stessa. Ciò che accade fuori è il risultato di un clima costruito nel tempo.Poi, quando gli effetti di questa contrapposizione esplodono, tutta l’attenzione vira su chi è chiamato a gestire la piazza: la polizia, il Questore, talvolta i Prefetti, ritenuti di non essere stati in grado di evitare ciò che accade, dimenticando colpevolmente le cause che hanno prodotto quel clima. È una forma ipocrita di ricerca di responsabilità: si giudica la gestione degli eventi e non chi ha generato le condizioni che li hanno creati. E il fatto che, puntualmente, si guardi ai successivi appuntamenti pubblici con la previsione di nuove tensioni è la conferma più chiara di una politica che non riesce più a ricomporre ma alimenta il conflitto e, nei fatti, lo rende stabile.A questo scadimento del linguaggio e alla sua trasformazione in rappresentazione permanente ho dedicato pagine intere nel libro C’era una volta il vero senso della Politica, nella speranza di lanciarle il messaggio che possa ritrovare la capacità di essere guida e non spettatrice, responsabilità e non reazione, sintesi e non contrapposizione permanente. Perché questo non è un tema astratto. È ciò che una parte crescente del Paese percepisce con disagio: una stanchezza silenziosa di fronte a una politica sempre più impegnata a confliggere che a risolvere.Quando questa distanza diventa evidente, non si incrina solo la fiducia. Si indebolisce il rapporto stesso tra cittadini e istituzioni, perché se i modelli a cui riferirsi sono questi, non occorre scomodare analisi sofisticate per capire perché la conflittualità cresce ovunque: nei rapporti quotidiani, nel lavoro, nei luoghi pubblici.La politica non è solo specchio della società. È anche esempio. E quando l’esempio si abbassa, il Paese non si alza. Il Parlamento dovrebbe essere il luogo in cui le differenze trovano forma e misura. Se diventa il luogo in cui si esibiscono, esasperandole, quella misura viene meno. I politici di oggi hanno la piena responsabilità morale di ciò che accade.Il 25 aprile dovrebbe essere memoria condivisa. Se diventa terreno di verifica identitaria, si consuma, rimanendo intrappolato nella stessa contrapposizione che dovrebbe superare.Il punto non è aggiungere altri toni, ma restituire a quella ricorrenza una lettura più alta e condivisa, affidata a voci autorevoli e indipendenti, capaci di spiegarne il significato senza piegarlo allo scontro del presente. Non è una questione di parte ma di qualità della politica. Una politica che non governa il conflitto, ma lo alimenta e poi pretende di scaricarne le conseguenze su altri, non è all’altezza del ruolo che ricopre. La responsabilità non è generica. Ha nomi, ruoli e funzioni precise. Sta in chi decide. Sta in chi parla. Sta in chi ogni giorno costruisce quel clima. E finché chi occupa quei ruoli continuerà a ignorarlo, non saranno le piazze a cambiare. Sarà il Paese a pagarne il prezzo.L'articolo Il conflitto nelle strade è figlio di ciò che si vede in Parlamento: incolpare chi gestisce le piazze è ipocrita proviene da Il Fatto Quotidiano.