Libia, l’Italia riporta il dialogo a Roma e si ritaglia un ruolo chiave nella mediazione Onu

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La Farnesina si conferma teatro privilegiato della diplomazia libica. Oggi si è tenuto il primo incontro del cosiddetto formato “4+4”, il tavolo ristretto promosso dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) che riunisce rappresentanti del Governo di Unità Nazionale (Gun) di Tripoli e del Comando Generale dell’Esercito Nazionale Libico (Enl), guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar. I colloqui, ospitati su impulso italiano e mediati dall’Onu, sono iniziati nella mattinata e si sono articolati con una sospensione dei lavori prima di riprendere nel corso della giornata.Il mandato: leggi elettorali e Alta CommissioneIl perimetro del formato è deliberatamente circoscritto: due dossier tecnici ma politicamente densi. Il primo riguarda la definizione del quadro normativo elettorale — inclusi i criteri di eleggibilità per i candidati, le modalità di partecipazione per figure militari o con doppia cittadinanza e la scelta del sistema elettorale. Il secondo concerne il completamento del consiglio dell’Alta Commissione Elettorale Nazionale (Hnec), organismo la cui composizione resta bloccata dallo stallo tra le due sponde del Paese.L’obiettivo dichiarato è superare gli ostacoli all’attuazione della road map politica, proponendo meccanismi di consenso tra le parti su materie specifiche, senza ridefinire gli equilibri politici complessivi. La rappresentante speciale del segretario generale Onu, Hanna Tetteh, ha tenuto a precisare che il “4+4” è “uno strumento complementare” al dialogo strutturato già in corso — articolato nei percorsi tematici su economia, sicurezza, governance, riconciliazione e diritti umani — e non un canale alternativo o sostitutivo.Le delegazioni: profili rivelatoriLa composizione delle due delegazioni non è casuale e riflette le rispettive strategie negoziali. L’est ha scelto figure con solidi profili giuridici e amministrativi. Abdelrahman Al-Abbar, ex ministro della Giustizia ed ex procuratore generale, porta al tavolo un’autorità istituzionale di primo piano sui dossier costituzionali. Al-Shaibani Abu Hmoud, già ambasciatore in Francia con dottorato conseguito alla Sorbona, aggiunge una dimensione diplomatica e accademica. La rappresentanza è completata da Adam Bousakhra e Zayed Hadiya. La scelta di profili tecnico-legali tradisce un approccio orientato alla gestione dei dossier normativi, con attenzione agli equilibri tribali e territoriali che caratterizzano la galassia di potere che gravita intorno ad Haftar.Per l’ovest, il Gun ha puntato su figure più vicine ai centri decisionali dell’esecutivo di Tripoli. Walid Al-Lafi, ministro di Stato per la Comunicazione e gli Affari Politici, è considerato un uomo di stretta fiducia del premier Abdulhamid Dabaiba. Mustafa Al-Manna apporta competenze legali e consulenziali, maturate anche presso la Banca Centrale libica. Affiancano la delegazione Ali Abdulaziz e Abdeljalil Al-Shaoush, profili tecnico-amministrativi dell’area occidentale. La composizione suggerisce una maggiore capacità operativa e di gestione politica immediata rispetto alla controparte orientale.Il nodo Misurata e lo scetticismo internoNon tutto il fronte occidentale guarda con favore all’iniziativa. Misurata — uno dei principali centri di potere dell’ovest e tradizionale polo militare e commerciale del Paese — si conferma prudente e in parte contraria a soluzioni negoziali che non passino attraverso un processo più ampio e inclusivo. Una fonte governativa interpellata da Italpress ha sintetizzato con franchezza il sentiment prevalente in certi ambienti: “Lo considero solo un gruppo che cerca di preservare i propri interessi e che ipoteca il futuro della Libia e del suo popolo”. È un campanello d’allarme che Roma e Ginevra non possono ignorare: qualsiasi accordo tecnico che non goda di un consenso interno sufficientemente ampio rischia di restare carta straccia.Secondo l’analista libico Ahmed Zaher sentito da Formiche.net, “il dialogo in corso presso la Farnesina, sotto l’egida delle United Nations, rappresenta un segnale politico rilevante, ma non necessariamente nella direzione di una soluzione strutturale della crisi libica. Più che un passo verso la ricostruzione dello Stato, esso appare come un ulteriore tentativo di rendere il conflitto più prevedibile e gestibile. La logica di formati ristretti riflette infatti una tendenza consolidata nel dossier libico: ridurre la complessità del sistema politico a un numero limitato di attori, facilitando il coordinamento tra élite, ma senza incidere sulle cause profonde della crisi”.In questo senso, il dialogo non supera il dualismo istituzionale, ma lo organizza. “Il ruolo dell’Italia in questo contesto è tutt’altro che neutrale. Ospitando il confronto, Roma si propone come piattaforma di mediazione, cercando di rafforzare la propria centralità in un dossier che tocca direttamente tre dimensioni strategiche: energia, migrazione e sicurezza. Tuttavia, questa iniziativa si inserisce in un quadro più ampio già definito a livello internazionale. L’Italia non costruisce il processo, ma vi si colloca come attore attivo, contribuendo alla sua operatività. Il risultato è un equilibrio funzionale: abbastanza stabile da contenere il rischio di escalation, ma insufficiente per avviare una reale costruzione statale”.Il ruolo dell’Italia: multilateralismo attivoL’iniziativa si inserisce in una strategia italiana di multilateralismo attivo sul dossier libico che, pur nella discontinuità tattica degli ultimi anni, mantiene come costante l’interesse a proiettare Roma come interlocutore indispensabile per entrambe le sponde del paese. Ospitare il “4+4” alla Farnesina — su impulso delle Nazioni Unite — è un segnale politico di peso: l’Italia rivendica una funzione di facilitatore credibile, equidistante tra Tripoli e Bengasi, in un teatro dove Turchia, Emirati, Egitto e Russia continuano a esercitare influenze spesso contrastanti.Su un piano parallelo, l’attivismo diplomatico italiano si manifesta anche a livello locale. Il console italiano a Bengasi, Filippo Colombo, ha incontrato oggi il sindaco Ezzeddine Al-Gharabi per rafforzare la cooperazione bilaterale: sul tavolo la partecipazione italiana alla fiera “Libya Build”, i lavori di restauro del patrimonio storico della città e le prospettive di collaborazione in formazione, tecnologia, cultura e turismo. È la dimensione della presenza capillare che accompagna, senza sostituire, la diplomazia di alto livello.Missione italiana a Misurata: l’addestramento continuaSul versante della cooperazione in materia di sicurezza, gli allievi del Collegio di Difesa Aerea libico a Misurata proseguono l’addestramento specialistico nelle tecniche di autodifesa e combattimento ravvicinato, sotto la supervisione di istruttori della missione italiana. Lo conferma lo stato maggiore dell’Enl su Facebook, sottolineando che il corso si svolge con la “diretta partecipazione degli ufficiali del collegio” e mira a garantire “i più alti standard di addestramento militare” secondo metodologie moderne. È un segnale di continuità operativa che si affianca all’impegno diplomatico: la presenza italiana in Libia non è solo politica, ma radicata sul terreno.ProspettiveIl “4+4” è un esperimento dal perimetro limitato ma dalla valenza simbolica significativa: è la prima volta che le due parti si siedono allo stesso tavolo in un formato così strutturato sotto egida Onu e ospitalità italiana. Tetteh, che ha recentemente visitato Misurata insieme alla vice Stephanie Koury e prevede tappe a Zawiya e Zintan, lavora per consolidare il sostegno locale al processo. Ma la distanza tra le posizioni delle due sponde, la frammentazione interna a ciascun fronte e l’assenza di un vero consenso sulle regole del gioco elettorale rendono la strada verso le urne ancora lunga e incerta.