Con il termine “inclusione”, per quanto concerne le persone con disabilità, si intende, come risulta dalla Convenzione ONU CRPD del 2006, la loro partecipazione alla vita sociale su base di uguaglianza. Il vocabolo, tuttavia, nella lingua italiana, presenta un significato che poco si presta a delineare il concetto espresso dall’ONU e condiviso dalla comunità scientifica. Le parole inerenti alla disabilità, del resto, sono spesso problematiche, riflettendo, tramite il linguaggio, la problematicità insita nella realtà.Nei principali dizionari, con il termine “inclusione” si intende, in campo sociale, la disponibilità ad inserire, in un gruppo, un individuo che prima non ne faceva parte. Il fastidio che molte persone avvertono per l’utilizzo di tale vocabolo nell’ambito della disabilità, deriva dal fatto che l’inclusione risulta caratterizzata dal potere che qualcuno possiede, all’interno di un contesto, di aprire o meno il medesimo ad una determinata persona. Includere, infatti, è un verbo transitivo, che richiede un soggetto (chi include) e regge un complemento diretto (chi viene incluso). Il fatto che vi sia una entità – una istituzione, una maggioranza, un singolo dotato di autorità – che può decidere chi includere e chi no, soprattutto in contesti pubblici come la scuola, pone in effetti parecchi problemi. Prima però di ragionare sul verbo “includere”, può a mio avviso essere utile, alla luce di quanto detto, soffermarsi un poco sul verbo “inserire”.E’ noto a molti che, a partire dal secolo scorso, le tre fasi che hanno visto la progressiva presenza, nella scuola italiana, delle persone con disabilità, si possono riassumere attraverso tre concetti: 1) inserimento: a partire dagli anni Ottanta, le giovani persone disabili cominciarono ad essere “inserite” nelle classi ordinarie, il che significava che erano presenti in aula, ma poco o nulla veniva fatto per loro; 2) integrazione: a partire dagli anni Novanta, queste persone vennero sempre più “integrate”, ovvero coinvolte nell’attività educativa, ma chiedendo loro, in sostanza, di adattarsi, ossia di adeguarsi a canoni “normali”, cosa, naturalmente, non sempre possibile; 3) inclusione: dai primi anni Duemila, si cercò di intervenire sul contesto per renderlo davvero fruibile da tutti, realizzando cioè norme, prassi, strutture adatte ad “includere” realmente i disabili, in maniera da accogliere tutte le differenze.Sul piano teorico, lo sviluppo che ha condotto all’attuale concetto di “inclusione” è sicuramente condivisibile. Sul piano pratico, però, ci si trova spesso di fronte ancora oggi, nelle aule scolastiche, a mere forme di “integrazione”. L’inclusione richiede infatti, per essere compiutamente attuata, coordinate azioni culturali, educative, politiche, le quali non fanno tuttora parte del senso comune condiviso, per cui non risultano presenti nelle corde del corpo docente. Una vera inclusione esige in effetti un ambiente sociale comunitario per potersi realizzare in maniera ottimale. In un simile contesto, di inclusione non si sentirebbenemmeno parlare, dato che essa sarebbe intrinsecamente presente. Se ne parla invece oggi così tanto proprio poiché di inclusione ce n’è poca, in quanto la realtà non è comunitaria, ovvero, nell’attuale totalità sociale, le persone non si rapportano fra loro per il bene su un piano di uguaglianza. Il concetto di comunità è, in effetti, imprescindibile per capire come dovrebbe essere l’inclusione. Non a caso, quando ho dovuto scegliere il titolo da dare almio ultimo libro, che parla proprio di questi argomenti, il binomio Filosofia e inclusione, che avevo originariamente ipotizzato, mi è sembrato sin da subito manchevole, sicché ho optato per un (a mio avviso) più completo Filosofia, inclusione, comunità. Se la comunità manca, infatti, come appunto accade nell’attuale modo di produzione sociale, non ci può essere inclusione. Questa constatazione non deve tuttavia essere interpretata in maniera nichilistica.Nulla, in effetti, esclude che ci si debba provare – e che, almeno in una certa misura, ci si possa anche riuscire – a porla in essere, ciascuno per la propria piccola parte. Cosa deve intendersi, in ogni caso, per comunità, e per quale motivo essa risulta così necessaria per favorire l’inclusione? In generale, è possibile definire una comunità come un ambiente sociale in cui le persone che ne fanno parte, pur svolgendo differenti funzioni, anche in base alle loro differenti capacità, si rapportano reciprocamente in una condizione di sostanziale uguaglianza, con il fine di realizzare il bene non solo di loro stesse, ma anche delle altre. Fare l’altrui bene equivale infatti a fare il proprio bene, a causa, appunto, della natura comunitaria insita nell’essere umano. Inoltre, più si fa il bene di chi ha maggiorebisogno, più si realizza il bene maggiore, così come, nelle operazioni di soccorso, più si presta cura al ferito più grave, più grande risulta essere l’utilità dell’intervento. Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, mi è stato chiesto, tra i vari contenuti che avevo appreso dalla filosofia antica, della quale mi occupo da oltre trent’anni, quale era quello principale che mi accompagnava nella vita. Risposi, senza alcun dubbio, che era l’idea – greca, ma anche cristiana – secondo cui quanto maggiore è il bene insito nelle nostre azioni, ossia l’utilità delle stesse per gli altri, tanto più elevato risulta essere il grado di felicità della nostra esistenza, nonché di quella delle persone che vivono insieme a noi. In un ambientecomunitario si tratta di una consapevolezza diffusa; in un ambiente non comunitario, quale è quello attuale, sembra una follia.Nell’odierno contesto sociale, “inclusione”, come detto, è una parola scivolosa, controversa, ambivalente. Il fatto, rimarcato all’inizio, che essa sottende sempre una struttura gerarchica, in cui una parte può decidere se includere o meno un’altra parte, lascia un’amara sensazione di impotenza. Il concetto viene infatti spesso esibito, soprattutto a scuola, come una bandiera da esporre nelle occasioni ufficiali. Questa bandiera, però, viene rapidamente riposta in un cassetto alle prime difficoltà, con dolorose conseguenze per questi studenti e per le loro famiglie. Senza comunità in effetti, ossia senza condividere realmente la comune umanità, i problemi delle giovani persone disabili vengonoinevitabilmente trascurati, il che è appunto quello che accade, oggi, in molti casi, nella scuola italiana.luca.grecchi@unimib.it