Mentre Washington combatte Pechino guarda, guadagna, e impara

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Bellum tuum vita mea. A Pechino il latino più che morta é una lingua sconosciuta, della quale viene tuttavia istintivamente perpetuato e parafrasato l’intramontabile senso della realtà. Che tradotto significa: l’America in guerra é un grandissimo affare per la Cina.“Il dragone – scrive il sito Axios – vince guardando”. Oltre a sfruttare strategicamente a proprio vantaggio tutti i molteplici input di intelligence sulle modalità del conflitto fra Stati Uniti e Iran, la Repubblica popolare cinese sta infatti erodendo considerevolmente la dipendenza dal dollaro per le transazioni internazionali, dirottando verso le proprie infrastrutture di pagamento, sia tradizionali che digitali, la modalità finanziaria incentrata sul dollaro.L’assalto al biglietto verde punta a trasformare lo yuan in una valuta forte e soprattutto di riferimento. “Lo yuan – scrive The Economist – é ancora lontano da questo obiettivo. Ma sta diventando qualcos’altro: una fonte di sicurezza per i Paesi e le imprese preoccupati dalla gestione approssimativa del dollaro”.  La guerra all’Iran sta mettendo le ali alle ambizioni finanziarie del Governo del Presidente Xi Jinping. Grazie al regime monetario centralizzato Pechino offre vantaggiosissimi tassi di interesse ed il sistema di pagamento interbancario cinese, il  Cross Border Interbank Payment System, a marzo ha gestito transazioni per circa 920 miliardi di yuan, 134 miliardi di dollari al giorno. Il 2 aprile il totale ha superato i 1.200 miliardi di yuan mentre la media giornaliera dell’anno scorso era di soli 680 miliardi. Un balzo dovuto in gran parte alla scelta di Teheran di accettare esclusivamente pagamenti in yuan per l’acquisto del suo petrolio e per i pedaggi richiesti per l’attraversamento dello stretto di Hormuz.La crisi innescata dalla guerra all’Iran, sostengono gli esperti, ha indotto le aziende a diversificare i pagamenti, includendo quelli in yuan. Su The Economist Josh Lipsky dell’Atlantic Council, un think tank di Washington, ha evidenziato che “lo yuan non deve necessariamente eclissare o addirittura rivaleggiare con il dollaro per fungere da copertura contro di esso. Anzi può smussare il vantaggio del dollaro come arma economica. Per chiunque trovi difficile accettare il dominio del dollaro, lo yuan potrebbe rappresentare un’alternativa”.Dal punto di vista militare il conflitto iraniano, analizza Axios, ha consentito alla Cina di rafforzare l’ influenza diplomatica, la propria potenza nel settore delle energie rinnovabili e le informazioni sull’esercito statunitense, senza sparare un colpo né spendere un solo dollaro. “Pechino”, scrive Axios “ha ricevuto una lezione magistrale gratuita sulle moderne tattiche belliche americane: come viene usata l’Intelligenza Artificiale per individuare i bersagli, come vengono ruotati i gruppi di portaerei, in che modo i droni iraniani a basso costo mettono fuori uso gli intercettori più costosi. Per i pianificatori militari cinesi che pianificano l’invasione di Taiwan, é stata un’esperienza migliore di qualsiasi simulazione”.Vista da Pechino, l’immagine di potenza inattaccabile che gli Stati Uniti prospettano attraverso il blocco navale e la retorica della Casa Bianca é parecchio sbiadita e somiglia a quella di un gigante dai piedi d’argilla, perché deve confrontarsi con una realtà militare industriale e logistica decisamente più fragile. Divide et impera made in Cina, che con invisibile, sotterranea, perizia sta aggiungendo alla scalata della supremazia mondiale anche la ciliegina sulla torta dell’adattamento della classica frase latina dell’Imperatore Vespasiano in “yuan non olet”. Non puzza di greggio né dei morti delle guerre in Iran, Libani e Ucraina.