Istat risponde a Meloni che aveva parlato di dati sul pil sottostimati: “Modi e tempi dettati dalla Ue. Le revisioni? Normale processo di affinamento”

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Il processo di validazione dei conti pubblici “segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei” e le eventuali revisioni “riflettono il naturale processo di affinamento delle stime”. A pochi giorni dalla (sterile) polemica politica sul deficit e il mancato rientro sotto la soglia del 3% rispetto al pil, l’Istituto Nazionale di Statistica mette in fila metodo e numeri rispondendo alle critiche della premier Giorgia Meloni. Che la settimana scorsa, dopo l‘ufficializzazione del dato che lascia l’Italia in procedura di infrazione, su X aveva messo nel mirino il modus operandi dell’Istat scrivendo che “per centrare l’obiettivo (di scendere sotto il 3% ndr) sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di Pil in più rispetto ai 2.258 miliardi di Pil per il 2025 al momento stimati dall’Istat” e “da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo. Con buona probabilità, questo accadrà anche per il 2025, rivelandosi una beffa per l’Italia e per gli italiani”.In audizione sul Documento di finanza pubblica davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il presidente Francesco Maria Chelli ha chiarito che l’istituto non fa che rispettare gli standard in vigore a livello europeo e coordina “fonti informative” che comprendono anche il ministero dell’Economia. La verifica dei conti avviene con cadenza semestrale – entro il 1° aprile e il 1° ottobre – “sotto il coordinamento tecnico di Eurostat”. L’Istat, “pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti, svolge anche una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica (come la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze – MEF), assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali”.Le revisioni sulla stima di deficit intervenute rispetto alle prime stime diffuse a inizio marzo, ha spiegato Chelli, sono legate alla notifica del 31 marzo, quando il Paese è tenuto a trasmettere un quadro “completo e aggiornato” sulla base delle informazioni disponibili a quella data. In questa finestra vengono recepite nuove evidenze – senza modificare metodologie o definizioni – relative a fenomeni per i quali i dati si consolidano solo successivamente. Tra questi, in particolare, il Superbonus. L’attuale versione dei conti incorpora le informazioni aggiornate sulle cessioni dei crediti relative alle spese 2025, comunicate entro la scadenza del 16 marzo 2026. La spesa legata all’agevolazione fiscale per il 2025 “è di poco inferiore a 8,4 miliardi”, in linea “con il valore dei crediti ceduti, comunicati all’Agenzia fino alla scadenza prevista del 16 marzo 2026, e depurati di tutte le irregolarità comunicate dall’Agenzia all’Istat”.L’Agenzia delle Entrate ha inoltre comunicato all’Istat di avere, nei primi mesi del 2026, intensificato l’attività di controllo dei crediti ceduti rilevando un aumento rispetto agli anni precedenti delle irregolarità delle comunicazioni di cessione che ha condotto allo scarto e/o alla sospensione preventiva di un importo rilevante dei crediti. Tali irregolarità sono state considerate nella stima della spesa per Superbonus inclusa nel conto delle ap, notificato a Eurostat il 31 marzo”. Proprio su questo fronte, l’Agenzia ha segnalato un’intensificazione delle verifiche nei primi mesi del 2026, con un aumento delle comunicazioni irregolari e il conseguente scarto o blocco preventivo di una quota rilevante di crediti. Elementi già incorporati nei dati notificati a Eurostat, ma che possono ancora essere oggetto di ulteriori affinamenti nei prossimi mesi, ha aggiunto Chelli, nell’ambito della “fisiologica stabilizzazione” delle stime.Il punto centrale della replica tecnica è che il processo statistico è “codificato”, segue un calendario prestabilito e le revisioni sono monitorate a livello europeo. “Noi abbiamo un calendario e le revisioni possiamo farle quando è consentito farlo, sia per il pil che per le finanze pubbliche e noi abbiamo seguito tassativamente” il calendario. Al netto del fatto che negli ultimi anni ci sono state revisioni particolarmente significative a causa dello choc del Covid che ha complicato la raccolta dei dati e poi di aggiornamenti metodologici adottati a livello Ue, non si tratta quindi di correzioni discrezionali, ma di un aggiornamento progressivo dell’informazione disponibile.Un chiarimento che arriva dopo le osservazioni della premier, secondo cui sarebbe bastato un lieve aumento del Pil per centrare la soglia del 3%. L’Istat ribadisce implicitamente che le revisioni non sono prevedibili né unidirezionali e che i dati rilevanti per le regole europee restano quelli ufficialmente notificati e validati secondo le procedure comuni. Non solo: per uscire dalla procedura Ue sarebbe stato necessario un deficit-pil al “2,94%, unico valore che avrebbe portato il paese fuori dalla Pde”, hanno spiegato i rappresentanti Istat rispondendo ad una domanda sulla querelle dei decimali, spiegando che la variazione del denominatore del pil che avrebbe consentito di andare sotto la soglia del 3% “è molto alta”.L'articolo Istat risponde a Meloni che aveva parlato di dati sul pil sottostimati: “Modi e tempi dettati dalla Ue. Le revisioni? Normale processo di affinamento” proviene da Il Fatto Quotidiano.