«Nel 2021 la pistola serve a niente, okay? Perché per sparare i calabresi non la usano, okay? Usano la divisa, che è un’altra cosa». Ecco il manifesto del “consorzio” fra ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra che operava a Milano e in Lombardia, con interessi in tutta Italia e all’estero. Si trova nelle intercettazioni dell’indagine “Hydra” della Direzione distrettuale antimafia di Milano, guidata da Alessandra Dolci, ora procuratrice a Venezia. Ma il consorzio non nasce dal nulla. È il culmine di decenni di radicamento mafioso nel cuore del Nord Italia, documentato nel libro “Mafia a Milano e in Lombardia. Ottant’anni di affari e delitti“, di Mario Portanova (giornalista di ilfattoquotidiano.it e caporedattore di MillenniuM), Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, giornalisti del Corriere della Sera, pubblicato da Zolfo.Il libro, alla sua terza edizione, rivista e aggiornata, ripercorre la storia delle mafie in una città e in una regione che per decenni si sono considerate immuni dal “contagio”. Il racconto inizia dall’arrivo dei pionieri della ‘ndrangheta e di Cosa nostra negli anni Cinquanta, ripercorre la stagione dei gangster, delle bische, dei sequestri di persona, l’arresto di Luciano Liggio nel 1974 in viale Ripamonti. Ne esplora i collegamenti con la finanza nera di Michele Sindona e Roberto Calvi, e con le parabole di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Poi, all’inizio degli anni Novanta, la stagione dei maxiprocessi alla ‘ndrangheta, con centinaia di condanne, fra Buccinasco, la Brianza, il lecchese, il comasco, il varesotto, il pavese…Segue la stagione dell’inabissamento e dell’assalto all’economia lecita, fino alla grande operazione Crimine-Infinito del 2010, con circa 150 arresti in Lombardia. Dagli anni 2010 le operazioni antimafia si fanno consuetudine nelle cronache giudiziarie, fino ai giorni nostri, con almeno due grandi indagini che risvegliano l’attenzione dell’opinione pubblica: Doppia curva, sulle commistioni tra mafie e gruppi ultras di Inter e Milan, e, appunto, Hydra. Una sorta di enciclopedia del crimine organizzato nel cuore del Nord Italia, sul quale per decenni le massime autorità hanno negato, minimizzato, sopito. Mentre, anche a Milano e in Lombardia, nasceva e si faceva sentire un movimento antimafia nato dal basso, spesso in condizioni difficili, fra minacce e boicottaggi.Il brano che segue, tratto da “Mafia a Milano e in Lombardia”, delinea il sistema del “consorzio” in base a quello che emerge dai documenti giudiziari.“Mafia a Milano e in Lombardia” sarà presentato a Milano martedì 28 aprile alla Casa della Memoria (via Confalonieri 14). Con gli autori interverranno Alessandra Dolci, già coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano, e Anna Scavuzzo, vicesindaca di Milano. Modera Barbara Sorrentini, giornalista di Radio Popolare.IL SISTEMA HYDRASecondo la pubblica accusa, l’intero sistema Hydra è tenuto insieme «in nome del profitto economico». Cioè soldi, cioè «pila», nel dialetto usato dai calabresi – e preso a prestito anche a Milano. Ancora una volta, come in tante vicende del passato in città e Lombardia, emergono miscugli di potere sviluppato in quanto tale, e di violenza brutale. Ma soprattutto, di brame su affari leciti e illeciti. È dagli anni Cinquanta ai Duemilaventi che storie simili si ripetono, declinano e ritornano. Quasi un intreccio; quasi una singola trama. Che qui, con Hydra, segna forse il livello più avanzato.Nella ricostruzione investigativa, l’obiettivo del mostro a tre teste formato da Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta risulta infatti perseguito da un «unico livello superiore», di tipo «orizzontale, confederativo», che a sua volta farebbe leva su «immensi interessi» imprenditoriali e «imponenti attività di riciclaggio». E questo, come spiega un giorno Giancarlo Vestiti: «Senza spari, hai visto come è cambiato tutto?». O, per dirla con Rosario Abilone: «Nel 2021 la pistola serve a niente, okay? Perché per sparare i calabresi non la usano, okay? Usano la divisa, che è un’altra cosa». Gli accordi devono tener conto di spessore storico criminale, forza strategica, presenza territoriale. Confesserà Francesco Bellusci, nel frattempo diventato collaboratore di giustizia: «Hydra è una cosa unica, una cosa sola, è un’unione. Dovevamo essere tutti una cosa soltanto. Facevamo affari. I soldi erano anche di Matteo Messina Denaro». Tutti partecipano, tutti guadagnano. E se emergono disaccordi ci si confronta. Metterà a verbale William Cerbo, anche lui intanto diventato collaboratore di giustizia: «Se sei Crea sei Crea, se sei Senese sei Senese. Se vengono tutti e due, la domanda di uno che fa malavita da una vita è: scusami, sei carne o sei pesce? Questa è la domanda che si fa. Un’intesa poi si trova.Non c’è una Cupola, non c’è vera e propria dipendenza da cosche madri in Sicilia, Calabria e Campania. Ma connessioni sì. Autorizzazioni, direttive. Sempre e in primo luogo per produrre e riciclare denaro. La mecca strategica resta la metropoli milanese. «Abbiamo costruito un impero, ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano», confida Amico (Gioacchino Amico, uomo del clan Senese, poi collaboratore di giustizia, ndr). Può capitare che si guardi altrove, per esempio verso il Ponte sullo Stretto di Messina. Dice ancora Rosario Abilone: «Devono arrivare soldi importanti, okay? Sono 900 miliardi, okay? In questi soldi importanti domina l’infamità, uno con l’altro. Ma questa volta non ti credere, questa volta in questi soldi ci devono andare persone intelligenti, ci dobbiamo andare noi altri. Non c’è bisogno di chiamare i calabresi, loro sono in uno stato di povertà, se vedi la Calabria e vedi l’Africa, sono la stessa cosa». Tuttavia restano ancora una volta il Milanese, il Varesotto e la Brianza i luoghi ideali dove investire.Dall’indagine Hydra emerge un ampio, composito e quasi compulsivo movimento di capitali in mercati leciti e illeciti. «Abbiamo potenzialità che tu non hai idea, basta solo portare appalti a casa, mangiamo ovunque e comunque», afferma Michele Pace nel giugno 202122. «A Milano c’è un’altra mentalità completamente, ti danno più fiducia (…) abbiamo impestato tutta Milano», saranno ancora le parole di William Cerbo. Le società manovrate o contaminate dai clan ammontano a quasi 60, sebbene quelle centrali, cioè cardine degli affari, siano una manciata. Tra queste Logistica 2000, Servizi integrati, Green construction, Blu, Seven space, Cezanne, Starline moda.Le prime operazioni attribuite al «sodalizio» sono fatte risalire al 2018. I campi di azione spaziano. Per esempio, installazione di impianti fotovoltaici e di depurazione acque reflue, smaltimento fanghi, acquisto cave, mediazione per importazione di tonnellate di gasolio, ferro e acciaio con accordi che coinvolgono Mauritania, Algeria, Russia, Arabia Saudita. Ma anche gestione di ambulanze per il trasporto di persone sottoposte a dialisi, e gestione di parcheggi in strutture come Ospedale di Desio, Humanitas di Bergamo, casa di cura Columbus di Milano. Quindi controllo di imprese di pulizie, facchinaggio, confezionamento di abbigliamento, vendita di alimentari, installazione di impianti elettrici, trasporti. Spesso con personale riconducibile ai clan e aziende intestate a prestanome. Compaiono inoltre una piattaforma digitale con sede anche in Svizzera per vendite e-commerce; noleggio barche e gommoni in Sicilia e di auto di alta gamma come Porsche, Range Rover Velar, Audi Q8 e Lamborghini negli aeroporti di Milano Malpensa, Linate e Bergamo-Orio al Serio. Oppure servizi di sanificazione sanitaria durante il Covid.L'articolo “Mafia a Milano e in Lombardia”, in un libro ottant’anni di storia dai primi boss all’inchiesta Hydra proviene da Il Fatto Quotidiano.