Morire dev’essere un diritto per tutti, senza essere per forza malati! Il caso Wendy riapra il dibattito

Wait 5 sec.

Da anni – sconvolgendo le persone più vicine e più care – sostengo che vorrei poter morire quando lo desidero, senza essere gravemente malato o depresso o sofferente come Wendy Duff, per la morte di un figlio. Finalmente – grazie alla notizia della donna inglese che finirà la sua esistenza in una clinica in Svizzera pur essendo in salute – possiamo aprire una seria riflessione sul suicidio assistito. La battaglia civile portata avanti finora da una parte del nostro Paese è, infatti, limitata ad assicurare il suicidio assistito ad un paziente che sia capace di intendere/volere, affetto da patologia irreversibile con sofferenze intollerabili e mantenuto in vita da trattamenti di sostegno.La notizia che la signora inglese, sana di mente e piena di amici e famigliari, potrà esaurire il suo desiderio di morire in Svizzera dove la sua richiesta è stata approvata da una commissione di esperti, ci permette di tornare a meditare su un concetto fondamentale ben espresso da Wendy Duff: “Voglio morire. Questa è la mia vita. Questa è la mia scelta”. Il concetto di esistenza è spesso – anzi, quasi sempre – contagiato dal legame a quello del dono. Se si è in vita è perché la vita ci è stata donata e noi non siamo nessuno per rifiutarla, ci dicono spesso. Un pensiero influenzato da molte religioni che concepiscono un Dio che è padre, creatore della vita.Tuttavia, chi come me crede di non credere in Dio, non riesce ad accompagnare la presenza su questa Terra ad un gesto d’amore di un’entità superiore. Da qui l’accettazione razionale dell’esistenza, non per forza accolta. Va da sé che se per me vivere non è stata una scelta, almeno morire lo dovrebbe essere. E non per forza con un gesto violento come il suicidio, unica strada possibile oggi per chi – per diverse ragioni – non vuole più stare al mondo.I contrari alla scelta della donna inglese sostengono che se ai malati terminali viene concesso il “diritto” di morire in qualsiasi circostanza chiunque voglia morire rivendicherà lo stesso “diritto”. Specialmente – dicono – persino chi non vuol invecchiare. Un’affermazione totalmente fuori luogo perché non tutti hanno il dovere di accettare il tempo della vecchiaia, soprattutto se associato alla costrizione di dover fare i conti con la sofferenza, la malattia, il dolore, la caducità.Mi consola il fatto che ad aver compreso questo concetto sia il monaco Enzo Bianchi (l’unico in Italia ad aver scritto queste parole) che nel suo libro Cosa c’è di là dice: “La vita non ce la siamo data, l’abbiamo ricevuta senza avere la possibilità di sceglierla ma la morte rientra tra le nostre scelte. Per noi umani la vita non è un destino al quale non ci si può sottrarre, e quindi è possibile darsi la morte, è possibile ciò che non sembra possibile agli animali: scegliere di morire. Purtroppo, secondo la tradizione spirituale di cui siamo imbevuti la nostra cultura e il nostro pensiero, il darsi la morte o deciderla affinchè altri ce la diano è considerato il grande peccato”.L'articolo Morire dev’essere un diritto per tutti, senza essere per forza malati! Il caso Wendy riapra il dibattito proviene da Il Fatto Quotidiano.