L’Ue si dà un orizzonte industriale con l’Industrial Acceleration Act, anche se in colposo ritardo, ma la Cina minaccia ritorsioni. La politica industriale recentemente presentata dall’Unione Europea, volta a rafforzare le industrie del blocco europeo contro la forte e spesso sleale concorrenza cinese, rappresenta una prima (anche se tardiva) programmazione industriale e commerciale: certo, andrà meglio tarata su esigenze pratiche come l’approvvigionamento di materie prime, scoglio superabile guardando al Piano Mattei e alle interlocuzioni del governo Meloni in Africa. Forse anche per questa ragione Pechino alza le difese, con una serie di prese di posizione specifiche: le stesse che la Commissione europea non aveva fatto (e anche avrebbe dovuto fare) nel decennio precedente.La ratio del provvedimentoRisale a poche settimane fa la presentazione delle nuove regole “Made in Europe” per le aziende che intendono accedere ai fondi pubblici in settori altamente strategici come il green, l’acciaio, l’automotive, con il preciso obbligo per le imprese aderenti a rispettare un minimo quantitativo di soglia per i componenti prodotti all’interno dell’Ue, ovvero il 70% di contenuto Ue per i veicoli elettrici, il 25% per l’alluminio e il 25% per il cemento.Una misura basilare che, evidentemente, andava messa in atto anni fa ma che comunque equivale ad una reazione del Vecchio continente, anche a fronte di evidenti storture di mercati e imprese. La decisione della Commissione europea segue i dati nefasti fatti registrare nel 2024, quando sono andati persi oltre 200.000 posti di lavoro in Europa nei settori ad alta intensità energetica e in quello automobilistico: numeri che potrebbero peggiorare nel prossimo decennio, con una stima di 600.000 posti persi nel settore automobilistico. Inoltre il piano ha bisogno di una fornitura affidabile di minerali lavorati, magari raggiungendo accordi con quei paesi africani dove una strategie politica è già attiva grazie al Piano Mattei del governo Meloni.La reazione della CinaLa notizia è la reazione della Cina, secondo cui tale trattamento preferenziale europeo produrrà barriere agli investimenti e discriminazioni, a cui potrebbero seguire delle contromisure da parte del governo di Pechino. Secondo quanto scritto ufficialmente dal ministero del commercio cinese nelle osservazioni inviate alla Commissione europea, la Cina è seriamente “preoccupata” per il progetto, definito discriminazione sistemica. “Se l’Ue andrà avanti con la legislazione, danneggiando così gli interessi delle aziende cinesi, la Cina non avrà altra scelta che adottare contromisure per tutelare con fermezza i legittimi diritti e interessi delle sue imprese”, ha precisato. Inoltre la Camera di Commercio cinese presso l’Ue ha sottolineato che il piano segna una svolta protezionistica che influenzerà la cooperazione commerciale tra l’Ue e la Cina.Manca però un pezzo della storia: chi si duole oggi, fino a ieri ha goduto di uno schema sui generis, che ha prodotto una serie di conseguenze, spesso negative, per il tessuto industriale europeo. Ovvero moltissimi sono stati i casi di nascita di fabbriche su un territorio europeo, dove venivano costruite sedi dove erano impiegati lavoratori cinesi senza nulla aggiungere a livello locale, anzi, rappresentando un elemento di fortissimo disturbo (se non di danno) per le altre imprese che ne subivano gli effetti, come la concorrenza sleale. Da qui nasce la reazione europea con un sistema di regole del tutto nuove, atte a tutelare il cosiddetto “Made in Europe”.L’intreccio col Piano MatteiIl digitale, la difesa e l’automotive sono i tre settori dove serve il pragmatismo di scelte e alleanze: in parole povere, dopo il varo del piano saranno fondamentali gli accordi per le forniture. E occorre farlo prima di mettere nero su bianco le soglie per quelle aziende coinvolte che, diversamente, resterebbero in un vicolo cieco. Per cui la sterzata impressa dal commissario europeo Stéphane Séjourné, al fine di escludere Pechino dai finanziamenti pubblici dell’Ue, necessita di una fase due che dovrà essere rapidamente attuata, interloquendo con quei Paesi che hanno le disponibilità di terre rare di cui l’Industrial Acceleration Act ha bisogno. Paesi che, ad esempio, vantano già un dialogo produttivo con un Paese membro dell’Ue come l’Italia a causa del Piano Mattei.