La crisi climatica era già stata prevista, ma nessuno poteva immaginare che l’avremmo pure accelerata

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Il Rapporto MIT-Club di Roma sui Limiti alla Crescita fu pubblicato più di 50 anni fa. In Italia fu tradotto “Limiti dello Sviluppo”, un titolo un po’ canagliesco. Un eccesso di zelo della sinistra progressista per assimilare lo sviluppo capitalista alla fine del mondo? Una cautela da parte della destra conservatrice, per avvertire la maggioranza silenziosa sugli eccessi della manipolazione scientifica basata sui numeri?Il rapporto dimostra una realtà molto semplice: la crescita di ogni sistema è regolata da confini intrinsechi e inviolabili, da cui si rimbalza attraverso le catastrofi. Come previsto, il mondo ballonzola. L’umanità si è cacciata in una piega della storia che non promette più alle genti rose e fiori, ma lacrime e sangue.L’infinito è un’astrazione leopardiana o la conseguenza di un assioma matematico, ma il mondo è fatto di acqua, terra, vegetazione e carne. Bastavano un foglio di carta millimetrata e una matita per estendere le previsioni di CO2 di quel rapporto, che si fermavano all’anno 2000. Avremmo ottenuto con assurda precisione la concentrazione misurata nel 2025. Abbiamo gettato al vento soldi e tempo per costruire modelli complicati quando bastava accomodare la curva con l’attitudine dell’ingegnere di una volta?Dal 1972, la ricerca di combustibili fossili ha continuato a raschiare il barile. Il permafrost ha iniziato a sciogliersi, intriso di idrocarburi. La frantumazione del sottosuolo mette a repentaglio le riserve idriche, ma è un caposaldo geopolitico. Arare i fondali marini per raccogliere gli idrati di metano rilascia gas serra, rende i fondali instabili, distrugge gli ecosistemi, acidifica le acque; ma promette lauti guadagni.Nel 1972, anno in cui pubblicarono “The Limits to Growth”, il riscaldamento globale causato dalla combustione fossile era una certezza scientifica, già dimostrata da Svante Arrhenius nel 1896 e confermata dagli studi delle multinazionali degli anni ‘80. Nel 1994, l’umanità aveva davanti a sé tre strade per affrontare il cambiamento dei climi. Poteva fare finta di nulla. Poteva adottare misure di adattamento. Poteva attivare misure di mitigazione diminuendo le emissioni. Non era vero. C’era una quarta via: accelerare il riscaldamento. Ed è la via maestra, giacché le emissioni sono raddoppiate da quanto mi lasciai andare a quelle congetture, inutili e sbagliate.Con il trionfo del modello ordo-liberale, le foglie di fico del greenwashing e della transizione ecologica velavano pietosamente il corso energivoro della globalizzazione. L’intelligenza artificiale è solo la botta finale, indimenticabile. L’attuale modello imperialista non usa veli ma veline mediatiche. Non cela gli svantaggi del clima più caldo, ma ne esalta i vantaggi, giocando pesante sul nesso tra cibo, acqua ed energia.Lo scioglimento dei ghiacci artici rende navigabili nuove rotte commerciali − come la Northern Sea Route − con vantaggi economici per chi commercia, chi estrae minerali, chi pesca. Stagioni di crescita più lunghe possono avvantaggiare l’agricoltura delle alte latitudini, così come capita da noi con l’innalzamento della quota di coltivazione della vite. L’intensificazione della fotosintesi favorisce la crescita delle piante, un effetto di “greening” globale già osservato negli ultimi decenni.La Terra non finisce qui, ma rimbalza. Il rimbalzo potrebbe colpire molte regioni del mondo. Specialmente le zone tropicali e subtropicali subiranno impatti negativi molto più gravi su salute, cibo, risorse idriche ed ecosistemi. I vantaggi, a medio termine, si manifestano soprattutto nelle regioni fredde; anche se, a lungo termine, potrebbero venire annullati da impatti negativi come siccità, ondate di calore, perdita di biodiversità, fenomeni meteorologici estremi, collasso degli ecosistemi polari.In generale, i benefici sono localizzati e temporanei, ma questa è una valutazione soggettiva. Luogo e tempo sono soggettivi. Per Kant e Heidegger, Agostino e Bergson, spazio e tempo non sono semplici dati oggettivi, ma strutture costitutive dell’esperienza, radicate nella coscienza, nella memoria, nel corpo e nell’esistenza umana.C’è chi può aspirare a un latifondo siberiano o canadese. Ci si può immaginare una Olimpiade invernale groenlandese. Ma c’è chi potrebbe pagare a caro prezzo la vulnerabilità geografica agli eventi estremi, la scarsità d’acqua e i rischi per la sicurezza alimentare.I blocchi imperiali, che oggi si stanno consolidando, potrebbero giocare pesante nel prossimo futuro sul tavolo delle aspettative climatiche. Non sarà il tavolo delle Cop.L'articolo La crisi climatica era già stata prevista, ma nessuno poteva immaginare che l’avremmo pure accelerata proviene da Il Fatto Quotidiano.