USA – I dati sorprendono in positivo, ma non è una forza del tutto “pulita”Negli Stati Uniti il messaggio della settimana è che l’economia sta reggendo meglio del previsto. I PMI flash di aprile sorprendono al rialzo: il composito sale a 52,0 contro 49,9 atteso, il manifatturiero a 54,0, massimo da maggio 2022, e i servizi a 51,3 contro 50,0 atteso. A prima vista è il tipo di dato che sostiene dollaro e asset USA, perché racconta un’economia che, almeno in superficie, continua a espandersi mentre altre aree stanno già rallentando.Il punto, però, è che dentro al dato c’è una qualità meno rassicurante. Una parte della forza manifatturiera arriva da accumulo di scorte, con aziende che anticipano gli acquisti per paura di rincari e problemi di disponibilità. Non è solo domanda genuina. Inoltre i tempi di consegna dei fornitori si allungano ai massimi da agosto 2022 e i prezzi tornano a salire al ritmo più forte da luglio 2022. Tradotto: gli Stati Uniti stanno ancora crescendo, ma con supply chain più tese e pressioni inflazionistiche che tornano a salire insieme all’attività. Lettura macro: gli USA tengono meglio dell’Europa, ma non con una crescita perfettamente sana. È una forza che regge, sì, ma con più scorte, più tensione sui fornitori e più pressione sui prezzi. Ed è proprio questo che rende il quadro meno tranquillo di quanto sembri dal numero headline. Europa – La fabbrica tiene, ma il vero problema è la domanda internaIn Europa i PMI flash di aprile mandano un messaggio piuttosto scomodo: il problema non è tanto la manifattura, ma i servizi. Il PMI composito dell’Eurozona scende a 48,6 da 50,7, quindi torna sotto 50 e segnala contrazione. La parte sorprendente è che la manifattura sale a 52,2, mentre i servizi crollano a 47,4. È una combinazione importante, perché dice che lo shock energia non sta colpendo solo la fabbrica, ma soprattutto la domanda interna, cioè consumi e terziario. Lo stesso schema si vede bene anche nei due Paesi chiave: Germania composito 48,3, servizi 46,9 e Francia composito 47,6, servizi 46,5.La Germania, in particolare, torna in una vera crisi di fiducia. L’Ifo scende a 84,4 da 86,3, minimo dai tempi della pandemia, il Paese entra in questa fase già vulnerabile, con industrie energy-intensive che valgono circa il 17% del valore aggiunto industriale e riserve di gas ai minimi stagionali degli ultimi 5 anni. In Francia il quadro è un po’ meno duro sul lato industriale, ma la domanda domestica si sta indebolendo in modo evidente, tanto che la crescita 2026 viene rivista a 0,7% da 1,0%, mentre l’HICP 2026 sale a 2,1% da 1,3% pre-conflitto. In pratica, l’Europa non sta entrando in una recessione profonda, ma in quella zona molto scomoda in cui la crescita rallenta mentre le pressioni inflazionistiche risalgono. UK – I dati tengono, ma sotto la superficie il quadro resta fragileNel Regno Unito i numeri delle ultime settimane mandano un messaggio misto. Da una parte l’attività ha sorpreso in positivo: il PIL di febbraio cresce dello 0,5% contro attese di 0,1%, con servizi +0,5%, produzione +0,5% e costruzioni +1,0%. Anche i PMI di aprile restano sopra 50, con manifatturiero a 53,6 e servizi a 52,0, quindi il secondo trimestre non parte male. A prima vista sembrerebbe il ritratto di un’economia che regge meglio del previsto.Il problema è che sotto la superficie il mercato del lavoro e l’inflazione raccontano una storia meno pulita. La disoccupazione scende al 4,9% contro attese di 5,2%, ma il calo è legato anche all’aumento dell’inattività al 21,0% dal 20,7%, quindi non è solo il segnale di un mercato del lavoro più forte. In più, le stime iniziali indicano 11.000 occupati in meno a marzo e le vacancies scendono a 711.000, minimo di quasi cinque anni. Sul fronte prezzi, l’inflazione di marzo sale al 3,3% dal 3,0% di febbraio, primo vero impatto visibile della guerra sui consumatori britannici. Lettura macro: il Regno Unito non sta andando male quanto si temeva, ma non è neanche in una posizione comoda. La crescita tiene nel breve, però il lavoro mostra crepe e l’inflazione torna a salire proprio in un’economia molto esposta allo shock energetico. È questo che rende il quadro più fragile di quanto dica il solo dato sul PIL. Giappone – L’inflazione si riaccende, e la BoJ torna a trovarsi in una posizione scomodaIn Giappone il messaggio della settimana è che i prezzi stanno tornando a salire più del previsto, anche con i sussidi ancora in funzione. A marzo il CPI headline accelera all’1,5% dall’1,3%, mentre il core ex fresh food sale all’1,8% dall’1,6%, sopra il consenso di 1,7%. Anche sul mese il dato è vivo, con un +0,4% m/m destagionalizzato, trainato soprattutto dai beni, che salgono dello 0,6%, mentre i servizi fanno +0,2%. In pratica, il punto non è solo che l’inflazione sia salita. Il punto è che la pressione si sta allargando.È vero che alcune voci continuano a scendere, come benzina -5,4%, utilities -4,8%, education -5,5% e fresh food -4,8%, ma proprio questo rende il dato ancora più interessante: se anche con questi freni il quadro accelera, vuol dire che sotto la superficie l’inflazione sta diventando più diffusa. Infatti nei dati si vedono aumenti più visibili su household goods +2,7%, transport +2,1% ed entertainment +2,3%. E guardando avanti, il rischio è di vedere ancora più pressione: prezzi energetici globali più alti, yen debole e wage growth da Shunto sopra il 5% creano un contesto in cui le imprese possono trasferire più facilmente i costi ai consumatori.Per questo la BoJ entra nel prossimo meeting in una posizione meno comoda di quanto sembri. Il mercato si aspetta ancora una pausa ad aprile, se non arriverà un rialzo subito, la comunicazione dovrà diventare molto più esplicita su giugno. Anche perché le attese guardano già oltre: Tokyo CPI visto a 1,7% ad aprile da 1,4% di marzo, headline e core sopra il 2% da maggio, e uno scenario che continua a prezzare circa 50 bps di rialzi entro fine 2026. Lettura macro: il Giappone non è più nel punto in cui poteva limitarsi a dire “inflazione sotto controllo grazie ai sussidi”. Oggi il quadro dice altro: i prezzi si stanno rafforzando e la BoJ rischia di dover tornare più hawkish di quanto il mercato, per ora, voglia davvero accettare. Energia – Il mercato scarica una parte del premio guerra, ma la normalizzazione è ancora lontanaSul fronte energia il punto non è che il rischio sia sparito. Il punto è che il mercato ha iniziato a togliere dal prezzo il peggior scenario immediato. Il WTI è sceso dell’1,5% nella seduta e ha chiuso comunque sopra 94 dollari, ma resta ancora in rialzo del 13% nella settimana, segno che il sollievo c’è stato, ma parziale. Il driver è sempre lo stesso: i colloqui tra Stati Uniti e Iran hanno riaperto la speranza di una ripresa dei flussi energetici attraverso Hormuz, ma i messaggi restano contraddittori e lo stretto continua a essere descritto come in gran parte chiuso.Ed è qui che il quadro resta fragile. Anche se i mercati stanno iniziando ad abituarsi all’idea che la fase più “calda” del conflitto possa finire, Una riapertura completa non significherebbe ritorno immediato alla normalità. Goldman Sachs stima una riduzione della produzione del Golfo di circa 14,5 milioni di barili al giorno ad aprile, cioè oltre il 50%, e sottolinea che anche con una riapertura piena servirebbero mesi per normalizzare davvero i flussi. Questo vuol dire che il petrolio può anche respirare nel breve, ma lo shock resta abbastanza forte da continuare a pesare su inflazione, trasporti e crescita.Il lato più delicato, soprattutto per l’Europa, è che il problema non riguarda solo il greggio. Si ricorda che l’IEA vede circa sei settimane prima che le compagnie aeree europee inizino a finire il jet fuel, e che oltre al petrolio stanno entrando in tensione anche altre commodity e filiere sensibili. In pratica, il mercato ha tolto dal prezzo il rischio di collasso immediato, ma non ha ancora una base credibile per prezzare una vera normalizzazione energetica. Lettura macro: l’energia non è più in modalità panico, ma nemmeno in modalità normalità. Finché Hormuz non torna davvero operativo e i flussi non si stabilizzano, il petrolio resta un mercato da tregua fragile, non da equilibrio ritrovato. Takeaway finale – Il mondo non sta rallentando tutto insieme, ed è proprio questo che complica il quadroIl messaggio più importante della settimana è che la crescita globale resta viva, ma sempre più asimmetrica. Gli Stati Uniti tengono meglio del previsto, anche se con una forza meno pulita di quanto sembri perché dietro ai PMI forti ci sono anche scorte, tempi di consegna più lunghi e prezzi in risalita. Il Regno Unito sorprende in positivo sull’attività, ma resta molto esposto al ritorno dell’inflazione energetica. L’Eurozona, invece, è quella che entra nella fase più scomoda: PMI sotto 50, servizi in contrazione e domanda interna che rallenta proprio mentre i costi tornano a salire. Il Giappone resta positivo, ma con un’inflazione che si riaccende e rende la BoJ meno tranquilla.Il punto vero, però, resta sempre l’energia. Il petrolio si è sgonfiato rispetto ai picchi, ma il mercato non sta ancora prezzando un ritorno alla normalità: Hormuz resta un collo di bottiglia, i flussi richiederanno tempo per normalizzarsi e il rischio è che lo shock continui a sporcare insieme crescita, inflazione e banche centrali. Per questo il quadro non è recessione profonda, ma qualcosa di più fastidioso per i mercati: un mondo in cui alcune economie reggono ancora bene, altre rallentano già, e in mezzo torna il solito problema dei prezzi.L'articolo Crescita globale asimmetrica: USA solidi, Europa debole, energia ancora decisiva proviene da MarcoCasario.com.