165 miliardi spesi in gioco d’azzardo: i dati di Libera lasciano increduli. Perché è permesso?

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Si rimane sempre più increduli nel leggere le cifre da capogiro contenute nell’ultimo dossier di Libera sul gioco d’azzardo nell’anno 2025. Lo sbigottimento si tramuta in indignazione, se esaminiamo le implicazioni economiche e culturali del fenomeno, ma soprattutto constatando l’inadeguatezza delle risposte date sino ad ora a quella che ormai è una vera e propria emergenza sociale.Il dato complessivo è eloquente: oltre 165 miliardi di euro la spesa complessiva in Italia, con un aumento del 9% del gioco online rispetto al 2024. Nel dossier si parla di deriva sociale, che sta divorando intere comunità, impoverendo famiglie, ampliando le diseguaglianze ed offrendo spazi di profitto alle organizzazioni criminali.Ogni euro speso in azzardo è un euro sottratto all’educazione, alla possibilità di costruire futuro. Si stigmatizza il fatto che lo Stato consideri l’azzardo una voce di bilancio. Ma proprio su quest’ultimo punto mi preme evidenziare l’esistenza di un aspetto, che è sotto gli occhi di tutti, ma che continua ad essere trattato come un rumore di fondo: la cifra spesa per il gioco d’azzardo equivale ad oltre sette volte l’entità finanziaria dell’ultima manovra di bilancio per il triennio 2026-2028, pari a 22 miliardi di euro. Pertanto, lungi dall’essere una provocazione retorica, siamo in presenza di un dato strutturale. E mentre anche l’attuale Governo si affanna a limare decimali, a trovare coperture e a predicare austerità selettiva, una massa enorme di denaro scivola quotidianamente nelle slot, nelle scommesse online, nei gratta e vinci e soprattutto nelle casse della criminalità organizzata: senza fare troppo rumore e senza provocare troppo scandalo.Il cortocircuito diventa ancora più evidente se si confronta questa voragine con gli investimenti in cultura: teatri, biblioteche, formazione, ricerca arrancano con fondi spesso ridicoli. Da una parte si finanzia – direttamente o indirettamente – un sistema che prospera sulla dipendenza, dall’altra si lascia in apnea ciò che potrebbe costruire anticorpi sociali e prospettive di crescita sociale.È un modello di sviluppo rovesciato, che premia l’illusione e penalizza la conoscenza. Ma il dato più inquietante non è solo la quantità complessiva della spesa, quanto la sua distribuzione.Sono i territori più fragili, le periferie economiche e sociali, quelli in cui l’azzardo prospera maggiormente, nei quali la spesa per l’azzardo finisce per diventare una vera e propria “tassa per la povertà”. Proprio nei luoghi dove il lavoro è precario, i servizi carenti, le opportunità scarse, il gioco si insinua come una promessa di riscatto immediato. Ed è paradossale che in un Paese che fatica a trovare risorse per scuola, sanità e cultura, si continua poi a convivere con un fenomeno, che sottrae ingenti risorse ad attività molto più utili per la collettività.Il gioco d’azzardo in Italia ha raggiunto dimensioni tali da configurarsi come una vera infrastruttura economica parallela, capace di muovere decine di miliardi di euro l’anno, ma di restituire allo Stato solo una frazione di quella cifra. Tutto il resto si disperde tra perdite dei cittadini, margini dei concessionari e, in misura non trascurabile, profitti opachi.È qui che si annida il primo corto circuito: lo Stato incassa circa 11 miliardi, mentre le perdite nette dei giocatori superano i 20 miliardi. Una sproporzione che diventa ancora più evidente se si considera che i costi sociali e sanitari – cura delle dipendenze, indebitamento, disgregazione familiare – non sono inferiori a quanto lo Stato stesso incassa. In altre parole, il sistema rischia di essere in perdita per la collettività anche quando formalmente produce gettito.Dentro questo scenario sguazza e si muove con disinvoltura la criminalità organizzata.I dati raccolti negli anni da Libera parlano di almeno 147 clan coinvolti nel settore dal 2010, distribuiti in 16 regioni. Non si tratta di presenze marginali. L’azzardo è uno dei canali privilegiati per il riciclaggio, l’usura, il controllo economico dei territori. I margini sono elevatissimi: fino a 8 o 9 euro per ogni euro investito. Ed il rischio, per chi opera nell’ombra, è relativamente contenuto rispetto ad altri traffici. Ma le denunce sono quasi inesistenti, sebbene le operazioni delle forze dell’ordine abbiano fatto emergere gravi condotte criminose.Eppure, anche di fronte a questi numeri, il sistema continua a espandersi. Si moltiplicano le piattaforme online, si raffina l’offerta, si abbassa la soglia d’accesso.Un altro paradosso riguarda la dimensione sanitaria. In Italia si stimano circa 1,5 milioni di persone affette da disturbo da gioco d’azzardo. Ma il fenomeno reale è molto più ampio: milioni di giocatori a rischio, famiglie coinvolte, relazioni compromesse. Il cosiddetto “azzardo passivo”, che colpisce chi sta intorno al giocatore, coinvolge circa 20 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione. Numeri che trasformano una dipendenza individuale in una questione sociale. E dentro questa area grigia crescono anche i giovani. L’accesso precoce al gioco, spesso attraverso canali digitali, espone adolescenti e minori.La domanda, a questo punto, non è più se il fenomeno sia fuori controllo, ma perché continui a essere tollerato in questa forma. Perché lo Stato, pur consapevole dei rischi, mantiene un equilibrio che di fatto consente al sistema di crescere. Ci si chiede: perché si accetta che una quota rilevante di ricchezza venga drenata proprio dalle aree più deboli del Paese? Perché la prevenzione resta episodica e l’educazione al rischio finanziario risulta marginale ?Il gioco d’azzardo, oggi, è uno specchio fedele delle contraddizioni italiane: un settore legale che alimenta dinamiche illegali, una fonte di entrate che genera costi superiori, un’abitudine diffusa che produce isolamento, una promessa di libertà che si traduce in dipendenza. Continuare a leggerlo come semplice intrattenimento significa ignorare la sua natura reale. E soprattutto rinunciare a intervenire su una delle forme più silenziose, e pervasive, di redistribuzione regressiva della ricchezza. Dove chi ha meno perde di più, e chi controlla il sistema, alla luce o nell’ombra, continua a vincere.E soprattutto dovremmo considerare la dimensione umana che si cela dietro il gioco d’azzardo, scolpita efficacemente da don Luigi Ciotti, quando afferma “Dietro ogni slot, dietro ogni casella argentata di gratta e vinci ci sono esseri umani in difficoltà, adolescenti che scommettono di nascosto, anziani che si giocano la pensione, famiglie che si sfasciano in silenzio”. E soprattutto quando ammonisce che: “Il gioco d’azzardo, legale o illegale che sia, è un inganno ai danni dei cittadini”.L'articolo 165 miliardi spesi in gioco d’azzardo: i dati di Libera lasciano increduli. Perché è permesso? proviene da Il Fatto Quotidiano.