Tunisia. Stretta sulla società civile: sospesa la Lega dei diritti umani, cresce l’allarme democratico

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di Giuseppe Gagliano – La sospensione per un mese delle attività della Lega tunisina per i diritti umani segna un nuovo passaggio nella trasformazione politica del Paese e accende l’allarme sullo stato della democrazia. Non si tratta di un provvedimento amministrativo, ma di una scelta dal forte significato politico: colpire una delle più antiche organizzazioni per la difesa dei diritti nel mondo arabo e africano, parte del Quartetto insignito del Nobel per la Pace nel 2015, significa ridisegnare il ruolo stesso della società civile.Un tempo indicata come il caso più promettente tra le rivolte arabe, la Tunisia appare oggi sempre più distante da quella traiettoria. La presidenza di Kais Saied, avviata nel segno della lotta alla corruzione, ha progressivamente concentrato i poteri nelle mani del capo dello Stato. Dalla sospensione del Parlamento nel 2021 al governo per decreto, fino alle pressioni su oppositori, magistrati, giornalisti e organizzazioni indipendenti, l’eccezione è diventata metodo.La Lega rappresentava una memoria alternativa, legata alla transizione democratica e al compromesso nazionale seguito alla caduta di Zine El Abidine Ben Ali. Colpirla significa colpire un simbolo oltre che una struttura. Il presidente respinge le accuse di autoritarismo, sostenendo che le libertà restano garantite entro il rispetto della legge, ma il ricorso selettivo alla legalità appare sempre più come uno strumento contro il dissenso.Il blocco delle visite nelle carceri, l’arresto del giornalista Zied Heni e i provvedimenti contro altre organizzazioni delineano un quadro coerente. La Tunisia sta costruendo un nuovo equilibrio in cui la società civile è tollerata solo se non mette in discussione la concentrazione del potere.Questa stretta si inserisce in un contesto fragile segnato da crisi economica, disoccupazione giovanile, inflazione e forte dipendenza dall’estero. Il Paese vive di turismo, rimesse e rapporti commerciali con l’Europa, e ogni irrigidimento politico rischia di avere conseguenze economiche. Una Tunisia percepita come meno prevedibile e più repressiva potrebbe perdere attrattività per investitori e partner internazionali, riducendo i margini negoziali con l’Occidente.Sul piano strategico, il Paese occupa una posizione chiave nel Mediterraneo centrale, tra Europa, Libia e Algeria, ed è centrale nella gestione delle rotte migratorie e della sicurezza regionale. Proprio per questo l’Unione Europea mantiene una linea ambigua: critica l’arretramento democratico ma continua a considerare Tunisi un partner indispensabile.Il governo tunisino sembra muoversi dentro questa contraddizione, rafforzando il controllo interno mentre negozia all’esterno in nome della stabilità. Una strategia che può funzionare nel breve periodo, ma che rischia di alimentare instabilità nel medio termine, soprattutto se la repressione riduce gli spazi di espressione e partecipazione.La sospensione della Lega dei diritti umani assume così un valore simbolico: segna il tramonto dell’eccezione tunisina come modello di transizione democratica nel mondo arabo. Il Paese resta centrale per gli equilibri del Mediterraneo, ma la sua evoluzione politica solleva interrogativi che vanno oltre i confini nazionali. Quando i diritti vengono sospesi temporaneamente, infatti, non è mai certo quando e come verranno pienamente ripristinati.