Da qualche tempo circola sui social una notizia che rischia (letteralmente) di togliere il sonno ai ‘fedeli’ della melatonina. Questa sostanza, utilizzata da chi fatica a prendere sonno o a riposare tutta la notte, sarebbe associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari. Ma è davvero così? LaSalute di LaPresse lo ha chiesto a Giorgio Sesti, docente di Medicina Interna all’università Sapienza di Roma. “Intanto la notizia si basa su una comunicazione orale presentata all’ultimo congresso dell’American Heart Association ed è relativa a un lavoro che non è stato pubblicato né sottoposto a revisione scientifica. Insomma, non abbiamo tutti i dati completi per capire bene come si è arrivati a questa conclusione”.Come sottolineano gli stessi autori il lavoro, condotto su 130.828 adulti con diagnosi di insonnia (età media 56 anni; 61% donne), non si stabilisce un rapporto causa effetto ma evidenzia un maggior rischio di eventi cardiovascolari nei pazienti che prendevano melatonina. “Occorre una grande prudenza. Quando e se sarà pubblicato lo studio per intero si potrà capire se il lavoro è scientificamente valido”, precisa Sesti. Che cos’è la melatonina Al centro della questione c’è un ormone naturale prodotto dal cervello durante le ore di buio, che funziona come un interruttore regolando il ciclo sonno-veglia. Viene usato da solo o abbinato ad altre sostanze naturali per aiutare chi soffre di insonnia, fa i conti con il jet lag o lavora di notte. La melatonina non è un sedativo, ma agisce sull’orologio biologico interno. Il sospettoMa come mai la melatonina è risultata associata a un maggior rischio cardiovascolare? Per Sesti la risposta potrebbe essere legata a un fenomeno di ‘causalità inversa’. Ma di che si tratta? “La melatonina viene prescritta a chi soffre di insonnia cronica, pazienti che vanno incontro a un aumento dello stress. Questo sì che è un fattore che fa salire il rischio cardiovascolare. Quindi potremmo essere di fronte a un fenomeno scientifico di causalità inversa”, afferma lo specialista.Ma cosa vuol dire? “Se andiamo a verificare quale farmaco è più associato alla mortalità, scopriremmo che si tratta della morfina. Questo perché viene utilizzata in pazienti oncologici con metastasi. Ma non è il medicinale ad essere letale, è la patologia per cui è utilizzato”, chiarisce il medico. Un po’ come accade all’insulina. “Tutti sappiamo che è un salvavita, ma in alcune condizioni come i tumori gli altri farmaci per il diabete non si possono usare. Così se andassimo a vedere i tassi di mortalità dei pazienti che fanno di terapie anti-diabete scopriremmo nel caso dell’insulina valori importanti: questo perché è un farmaco da ‘ultima spiaggia’. Questa è la casualità inversa. Bisogna capire se a prendere la melatonina sono pazienti che presentano già un maggior rischio cardiovascolare per altre cause”.Il messaggio per chi prende melatoninaLo studio citato, insomma, non stabilisce un rapporto di causa-effetto. E chi prende melatonina è spesso una persona che soffre di insonnia o di disturbi del sonno gravi. “Vero è che gli integratori vanno a integrare un deficit: se non c’è, sono inutili”, puntualizza Sesti.Insomma, “il mio suggerimento è di prendere con le pinze questa notizia: occorrono più studi clinici randomizzati per poter dare una un’indicazione. Una semplice comunicazione orale non è scienza. Quando e se ci sarà una pubblicazione in esteso, capiremo meglio di cosa si tratta”. A livello aneddotico è risuonato qualche campanello d’allarme sulla melatonina e la salute del cuore? “No. Al contrario di quanto accade con l’associazione tra insonnia e malattie metaboliche e cardiovascolari”, conclude Sesti.Questo articolo La melatonina fa male al cuore? Cosa dice davvero la ricerca proviene da LaPresse