Perché la cloud tax all’italiana fa arrabbiare gli Usa

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Il testo di legge definitivo deve ancora essere pubblicato, ma basta anche solamente l’idea a far storcere il naso agli Stati Uniti. L’Italia si appresta a diventare il primo Paese al mondo a imporre una tassa per la copia privata del cloud, che verrebbe applicata ai dispositivi dotati di capacità di archiviazione. A febbraio, il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli, ha firmato il decreto per aggiornare le tariffe relative all’equo compenso per le opere audio e video tutelate da copyright. Ma con una novità: per la prima volta, anche gli spazi di archiviazione cloud sono inclusi. Sostanzialmente, si tratta di un costo che dovrebbe compensare la copia di contenuti multimediali. Il costo massimo mensile è di 2,40 euro, con un calcolo per utente calcolato per gigabyte che equivale a 0,0003 euro fino ai 500 gigabyte e di 0,0002 euro per ogni giga in più. Esentate invece le archiviazioni fino a 1 gigabyte. Tutto questo ha fatto scattare non soltanto le aziende di Ict italiane, ma ha fatto arrabbiare anche Oltreoceano.Washington continua a chiedere che le sue aziende vengano risparmiate dalla burocrazia europea, per evitare una discriminazione. Un appello finora rimasto inascoltato, con Bruxelles che continua ad andare dritta per la sua strada della regolamentazione. Questa nuova tassa arriva proprio su impulso dell’Europa, con l’Italia pronta a recepirla. Ma c’è una precisazione obbligatoria: la tassa può avere senso per i dispositivi dotati di capacità di archiviazione, mentre quelli cloud servono principalmente per l’archiviazione di contenuti personali, con nessuna responsabilità per eventuali violazioni del copyright.La critica principale che viene rivolta alla cloud tax da parte degli americani è che si tratta dell’ennesimo modo per chiedere soldi alle aziende statunitensi. Nel nostro Paese inoltre c’è già un’imposta del 3% sui ricavi delle transazioni online per le aziende che vantano un fatturato di 750 milioni di euro, che frutta mezzo miliardo di dollari per il nostro governo. La cloud tax – che dovrebbe garantire altri 100 milioni di dollari all’anno – è quindi un altro raggiro agli occhi della Casa Bianca. Pensato tra l’altro a senso unico, visto che la stragrande maggioranza dei servizi cloud in Italia sono americani. Gli stessi che il governo italiano vuole sfruttare per diventare un hub fondamentale nel Mediterraneo.Nella visita a Washington dello scorso aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era detta disposta a collaborare per evitare una digital tax da imporre contro le società statunitensi. Sembrava l’inizio di una nuova collaborazione nel settore tecnologico. Adesso però non sembra così. Il passo indietro è doppio. Pensare a una tassa sulle copie private in questo momento storico è quantomeno anacronistico. Non solo. “La decisione del ministero della Cultura sull’estensione al Cloud della tariffa per copia privata ha già fatto il giro del mondo”, scrive Diego Ciulli, Head of Government Affairs and Public Policy di Google Italy. “E, inevitabilmente, negli Stati Uniti viene letta come una nuova tassa discriminatoria sulle aziende americane. Proprio mentre il Presidente del Consiglio rilancia l’idea di un’area di libero scambio tra Europa e Stati Uniti”.