«La storia ci insegna che interventi pensati per garantire stabilità spesso producono decenni di conseguenze imprevedibili». Hossein Mousavian ha guidato negli anni Duemila la delegazione iraniana nei negoziati sul nucleare. Oggi – racconta a Open – è molto preoccupato per quella che definisce «una guerra esistenziale» per il suo Paese. Sessantanove anni, ex ambasciatore di Teheran in Germania, per vent’anni uomo di fiducia del regime, Mousavian è arrivato negli Usa nel 2009 con una condanna per spionaggio sulla testa. In America ha trovato casa all’Università di Princeton, dove ha insegnato fino allo scorso giugno quando una campagna portata avanti da alcuni colleghi e politici – che lo accusano di essere ancora vicino al regime – lo ha spinto a ritirarsi. Accuse che l’ex diplomatico ha sempre respinto, affermando di lavorare «per il dialogo tra i due Paesi». Professore, cosa intende per «guerra esistenziale»?«Dichiarando che l’obiettivo è il collasso del regime, sono stati gli Stati Uniti a inquadrare il conflitto come esistenziale. La risposta dell’Iran viene vissuta internamente da molti come difesa della sopravvivenza nazionale. Ma c’è di più. Con l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, Stati Uniti e Israele hanno oltrepassato una linea rossa. Le conseguenze vanno ben oltre l’uccisione di un leader politico: Khamenei era una delle principali autorità religiose del mondo sciita. La sua figura ha importanza teologica, non solo politica. Alcuni leader sciiti hanno già lanciato appelli per la rappresaglia. L’Ayatollah Naser Makarem Shirazi, a Qom, ha dichiarato che vendicare Khamenei è un dovere religioso per tutti i musulmani nel mondo, per eliminare il male di questi criminali dalla faccia della terra». Perché Trump ha deciso di attaccare proprio adesso?«Molti funzionari americani hanno confermato che è stato Netanyahu a spingere Trump. Ma il timing è significativo: sia gli attacchi di giugno 2025, sia quello del 28 febbraio 2026, sono avvenuti in momenti in cui i negoziati sul nucleare – stando al ministro degli Esteri dell’Oman, che ha fatto da mediatore – avevano raggiunto progressi significativi. È stato poi lo stesso Trump ad ammettere che l’obiettivo è il cambio di regime in Iran».In molti hanno pensato a una soluzione “venezuelana”: cooperazione con gli apparati in cambio della fine del programma nucleare e di riforme per la popolazione oppressa. Lei la vede possibile?«Con il contro-attacco dell’Iran a Israele e alle basi americane nella regione, credo che gli Stati Uniti si siano già resi conto che una soluzione venezuelana è impossibile».L’amministrazione Trump ha sottovalutato la capacità di risposta iraniana?«Ha compiuto tre errori di valutazione. Primo: hanno sottovalutato le conseguenze dell’uccisione di Khamenei, leader religioso sciita a livello mondiale. Questo avrà ripercussioni ben oltre i confini iraniani. Secondo: la risposta militare iraniana. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, importanti basi militari statunitensi nella regione sono state oggetto di attacchi prolungati. L’impatto sul prestigio americano potrebbe superare persino il danno simbolico della crisi degli ostaggi del 1979. Terzo: hanno creduto che la forza militare bastasse. Ma la forza può distruggere infrastrutture ed eliminare individui, non può cancellare l’identità nazionale, la convinzione religiosa o la memoria storica. Le lezioni del 1953, il colpo di Stato sostenuto dagli Usa, risuonano ancora oggi in Iran».Netanyahu ha sempre descritto l’Iran come la ‘minaccia esistenziale’ per Israele. «Israele sta affrontando gli attacchi più intensi sul territorio dall’anno della fondazione nel 1948. La contro-offensiva missilistica iraniana sta minacciando l’architettura di sicurezza israeliana, nonostante i sistemi di difesa avanzati. La percezione di invulnerabilità — centrale per la deterrenza israeliana — è stata scossa. L’Iran ha subito danni militari notevoli, ma entrambe le parti si sono scoperte più fragili di quanto pensassero».Quanto può resistere l’Iran? E quanto è probabile che il conflitto si estenda ulteriormente?«La guerra si è già estesa a livello regionale e la traiettoria è allarmante: l’escalation genera contro-escalation perché ciascuna parte giustifica le proprie azioni come difensive. I rischi di errore di calcolo crescono a ogni scambio. I mercati sono in allerta, gli attori regionali vengono trascinati dentro, lo spazio diplomatico si restringe. Sarebbe più saggio per Trump spingere per un cessate il fuoco immediato, prima che diventi impossibile contenere il conflitto. Più a lungo continua, più difficile sarà fermarlo».L'articolo «Khamenei non era solo un politico, ma un leader religioso. Trump ha fatto male i calcoli, rischia una guerra lunga». Intervista ad Open di Mousavian, ex ambasciatore iraniano in Germania proviene da Open.