Commentando a caldo le notizie sulla proposta di riforma elettorale delle destre, una specie di gerrymandering nostrano, la segretaria del Pd ha osservato, in tono ironico e polemico, che si aspettava che la coalizione di destra si preoccupasse piuttosto del salario degli italiani. Ho il timore però che questa critica le si rivolgerà contro. Qualcuno potrebbe infatti osservare: quali sono le proposte del Pd sulla difesa del salario? Finora si è visto ben poco, se non generiche affermazioni di principio sempre ripetute. La questione del salario è molto importante per l’economia, non solo dal punto di vista del singolo, ma anche da quello della collettività. La massa salariale è la componente principale che alimenta la spesa, e quindi la crescita economica. Se i salari non crescono anche l’economia langue.Il problema dei salari in Italia è drammatico e ben documentato da tutte le statistiche disponibili. Se ne è accorto anche il governatore di Bankitalia nel suo recente intervento all’università di Messina. Nel nostro paese i redditi dei lavoratori dipendenti non solo sono bassi, il che potrebbe dipendere da molti fattori interni, ma sono anche stagnanti. Pur in un contesto di debole crescita, i lavoratori hanno perso quote di reddito a favore evidentemente delle imprese e del lavoro autonomo. Non è così negli altri Paesi, come Germania o Francia, dove i salari sono cresciuti, seppure in maniera differente. L’anomalia italiana è notevole e andrebbe analizzata a fondo.Nell’ultimo decennio la situazione sarebbe stata ancora peggiore se non fosse intervenuta a sostegno dei salari la classe politica, sia di destra che di sinistra. Ha cominciato il Pd di Renzi con il famoso bonus degli ottanta euro del 2015, poi aumentati. Per non essere da meno, l’anno scorso è stato introdotto dalla destra il bonus Meloni, con una cifra analoga. Nel complesso, oggi milioni di italiani arrivano a fine mese grazie a un salario politico, con un costo per l’erario di svariate decine di miliardi di euro. Al di là di varie considerazioni etiche o di opportunità, dal punto di vista economico il fatto importante è che le scelte governative non hanno contribuito a creare nuova ricchezza, ma solo a redistribuire quella esistente, creando vincitori e vinti.I soldi dati ai lavoratori dipendenti come salario di Stato saranno pagati dalle generazioni future con il debito pubblico, e nel presente con un taglio alle pensioni, agli stipendi dei dipendenti pubblici e ai servizi per i cittadini. Se l’onesto cittadino giustamente si arrabbia perché la visita medica pubblica viene spostata di un anno, ma quella privata è subito disponibile, la causa sta anche nella deriva fiscale degli ultimi decenni che punta solo a un patologico assistenzialismo fiscale di natura elettorale, che comunque alla fine ha un prezzo elevato anche per le tasche individuali.Poiché il nuovo patto di stabilità, in mancanza di una crescita robusta, non consentirà altri bonus a difesa dei salari, che fare? Una buona idea potrebbe essere quella di ritornare al passato, e cioè a una forma di adeguamento automatico dei salari all’inflazione. La formula degli anni Settanta e Ottanta, ma bisognerebbe guardare bene, non ha avuto successo perché le condizioni macroeconomiche erano decisamente differenti. In quel periodo le pressioni inflazionistiche provenivano principalmente dal lato della domanda, cioè della spesa. Oggi invece provengono dal lato dell’offerta, e cioè dalle imprese. Il mercato del lavoro, disgregato dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, è completamente in balia delle convenienze degli imprenditori. Non a caso molti studi autorevoli attribuiscono all’aumento dei profitti almeno la metà dell’aumento dei prezzi. L’inflazione odierna è causata dai profitti, e non dai salari, come forse un tempo.Se questa è la situazione, parlare genericamente di difesa dei salari come fa da tempo la segretaria del Pd suona come un discorso vuoto che lascia il tempo che trova. Se sulla tesi della difesa del salario tutti sono d’accordo, destra e sinistra, è necessario fare una proposta concreta sul come difenderli, e qui la sinistra dovrebbe abbandonare la via sterile dell’assistenzialismo pubblico. Anche in questo caso non è necessario andare molto lontano.Il primo punto, anche elettorale per il 2027, è il doveroso recupero, anche graduale, dell’enorme perdita salariale subita dai quattro milioni di pubblici dipendenti, iniziata con Berlusconi e peggiorata con Meloni. Un secondo punto è la vera difesa del potere di acquisto del salario con una proposta di un adeguamento automatico annuale sulla base del 50% dell’inflazione dell’anno recedente. Questa proposta sarebbe molto gradita agli undici milioni di lavoratori dipendenti, ora molto indifesi, e lascerebbe spazio per la contrattazione. Questo automatismo c’è già per i sedici milioni di pensionati italiani, e mi pare che nessuno protesti. Queste due semplici proposte potrebbero rivitalizzare una rilevante quota di elettorato potenzialmente progressista, ma deluso e che per questo diserta le urne.Se il Pd vuole tornare a vincere deve scendere dal mondo dorato dei massimi principi dove sta comodamente alloggiato, e sporcarsi le mani con proposte semplici, comprensibili e forse interessanti per quel 50% di elettori che non va a votare. Magari, un po’ di sano populismo alla maniera del nuovo sindaco socialista di New York non guasterebbe. Altrimenti i conservatori vinceranno ancora, al di là di ogni opportunistica riforma elettorale, non per loro merito ma per demerito dei progressisti, prigionieri delle loro paure e divisioni. Vien da dire: Schlein, se ci sei batti un colpo.L'articolo “Pensino ai salari più che alla legge elettorale”. Temo che l’accusa di Schlein le si rivolgerà contro proviene da Il Fatto Quotidiano.