Ci sono mattine che non finiscono quando suona la campanella, che non si dimenticano.Si fanno domanda.Si fanno coscienza.Si depositano dentro, come un seme. Lunedì 23 febbraio 2026, nell’aula magna dell’Istituto Tecnico Tecnologico Statale “Alessandro Volta” di Tivoli e, a seguire, nell’Auditorium della sede di Guidonia, non è andata in scena una semplice testimonianza.È accaduto qualcosa di più raro: la comunità educante si è fermata a interrogarsi su che cosa significhi restare umani e ha visto il coinvolgimento di tutti, insegnanti e genitori.A distanza di una settimana, ancora se ne parla tra i corridoi. A rendere possibile ciò, la professoressa Francesca Rossi, che parlando della visione del film «40 secondi» – alla cui proiezione organizzata dalla professoressa Iolanda Nappi nel mese di dicembre, aveva partecipato l’intero istituto -, a casa di un comune amico disabile, con l’amica, infermiera capoverdiana Ana Paula Lopes, scopre dell’amicizia tra lei e Lùcia Monteiro Duarte, mamma di Willy.Da lì, l’invito. Ad accoglierla a Tivoli, le quarte e le quinte, con la professoressa Anna Paola De Santis, Referente per il Bullismo, la professoressa Sabrina Piacentini, la professoressa Ilaria Gattinara e altri professori, con interventi vari, gli alunni Giordano Bossani, 4ªB e Lorenzo Ghion, 5ªB, che alla fine, hanno abbracciato Lùcia a nome di tutti.A Guidonia, presenti tutte le classi seconde e quarte, il professore Michelangelo Della Rocca, docente d’Informatica e referente PCTO, in rappresentanza della Dirigente, Avvocata Maria Cristina Berardini e del Vicepreside, il professore Massimiliano De Sena, entrambi fortemente a supporto di ogni iniziativa educativa di sensibilizzazione alla formazione civica. Non un simbolo.Non un titolo di cronaca.Ma una madre. Lùcia, mamma di Willy, il ragazzo ucciso a Colleferro il 6 settembre 2020 mentre difendeva un amico, in ricordo del quale si celebra il 20 gennaio, giorno del suo compleanno, la “Giornata del rispetto”. Attraverso il suo racconto prezioso, gli studenti sono stati invitati a riflettere sul proprio ruolo nel promuovere una cultura della pace, del rispetto e della solidarietà.Quaranta secondi.Quaranta secondi sono bastati per spegnere il sorriso di Willy.Quaranta secondi in cui un ragazzo ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.Ha visto un amico in difficoltà e ha chiesto: “Tutto bene Fede?”. Un gesto normale.E proprio per questo immenso. In quello stesso frammento di tempo si decide chi essere: restare indifferenti o intervenire, ridere o fermare, colpire o proteggere. Willy non ha esitato.Ha scelto l’altruismo.Ha scelto il coraggio.Ha scelto l’umanità.Quaranta secondi: il tempo dell’aggressione.Il tempo in cui si può distruggere una vita.O decidere di salvarla.Un’eternità quando segnano il confine tra luce e tenebre.Il tempo necessario a spegnere un sorriso, a fermare un cuore che aveva scelto di non voltarsi dall’altra parte.Di una stretta di mano, di una carezza, di un abbraccio che quando dura almeno 20 secondi, produce un effetto benefico su corpo e mente, moltiplicato per due, dona benessere. Quando Lùcia entra, accompagnata dall’amica Ana Paula un applauso lungo, rumoroso, necessario l’accoglie.Poi il silenzio pieno, quasi sacro, carico di gratitudine, la cosa più vicina al cielo che si possa trovare in terra.L’aula gremita, in ascolto, i ragazzi in bianco – il colore della pace come era stato deciso per l’ultimo saluto a lui, il giorno del funerale – o con qualcosa della Roma, la squadra del cuore di Willy. La sua voce, a tratti spezzata dalla commozione, non è mai stata incrinata dall’odio. «Non sono capace di odiare», ha più volte ripetuto, continuando a sorridere. Le parole possono far male ma anche, liberare. In un tempo in cui la rabbia fa rumore e la violenza diventa spettacolo, la sua è stata una forza mite, non quella che domina, ma quella che protegge, come quella di suo figlio. Lùcia ha parlato di pace come esercizio quotidiano, richiamando il pensiero di Etty Hillesum, che scelse volontariamente d’esser deportata per stare accanto e morta ad Auschwitz: una pace futura potrà esistere solo se prima sarà trovata in noi. Se l’odio verrà trasformato in qualcosa di diverso facendo «entrare l’amore come fosse l’ospite più importante da accogliere».La pace — ha detto — nasce dalle piccole azioni: dal modo in cui guardiamo l’altro, dal rispetto che mettiamo nelle parole, dalla capacità di fermarci un attimo prima che la rabbia diventi violenza.Il suo non portare rancore ma sperare che gli aggressori possano vivere un percorso di cambiamento in carcere riporta alla metafora della perla, della bellezza che nasce da una ferita. Un granello di sabbia entra nell’ostrica e la ferisce.Non può espellerlo.Allora lo ricopre, strato dopo strato, di madreperla, finché quella ferita diventa meraviglia.La perla è dolore trasformato.Trasformare il dolore non significa subirlo passivamente, ma farne una restituzione che possa divenire amore “utile” per gli altri. Lùcia ha ricordato l’importanza di guardarsi negli occhi, dialogare, riconoscere ricchezza nella diversità e nell’unicità di ognuno.Il dolore può convivere con la speranza, la memoria divenire forma di presenza e il cuore trovare la strada per arrivare lontano, così che la pace divenga modo di stare al mondo e renderlo migliore – raccomanda ai ragazzi Ana Paula.Gli studenti si erano preparati, scrivendo biglietti, riflessioni, parole nate da giorni di confronto con i loro docenti di materie umanistiche e ma anche di altre discipline. Tra i momenti più intensi, a Guidonia, quello dedicato a David, studente non verbale della 2ªE, classe splendida perché umanamente cresciuta proprio per la sua presenza. Grazie al lavoro dell’assistente alla comunicazione Barbara Foresi, all’insegnante di sostegno, Sabrina Pelloni e all’uso della Comunicazione Aumentativa Alternativa (C.A.A.), anche lui ha potuto “scrivere” un suo pensiero per lei. Simbolo dopo simbolo. Con pazienza. Una voce senza suono. Il messaggio di Willy ha superato le barriere del linguaggio, dimostrando che la solidarietà non ha bisogno di parole perfette per esistere, dando strumenti a ogni fragilità che, condivisa, diviene collante per il gruppo.Poi è stata la volta Samuel Manni, della 2ªD, dopo che il suo compagno Christian Coralli ha letto una lettera, facendosi portavoce delle emozioni che questo incontro ha suscitato in loro, scritta in collaborazione dai ragazzi (a loro volta figli) per lei durante le ore di lezione.Gli studenti hanno voluto, inoltre, decorarla (sotto la supervisione della professoressa Chiara Dionisi) con un disegno simbolico (un guanto che colpisce e rompe un piatto), che ricorda il sogno di Willy di diventare chef, infranto da un pugno!Per ribadire la loro disapprovazione all’uso della violenza e la loro vicinanza a una mamma che tanto ha sofferto per la perdita del figlio, Samuel ha deciso di regalarle, facendola firmare da tutta la classe, la sua maglia della Roma.Si passati alle domande, raccolte in due scatole, donate a Lùcia, poste da Roberto Romani e Lorenzo Stagnari della 4ªA, da Denis Opaschi, 4ªE, da Leonardo Passaro, 2ªA ed Emanuele Zanella, 4ªC, guidati dalla professoressa Catia Palone, da Lorenzo Galimberti 2ªF con la professoressa Silvia Di Blasi.Tra le tante, le chiedono come si possa ancora avere fiducia nelle persone e se suo figlio sia un eroe per lei, che ha risposto con semplicità disarmante: «Ha fatto quello che chiunque dovrebbe fare per un amico», esortandoli a fare del bene, sempre e comunque, anche quando resta invisibile. E in risposta, Gabriele Bucci e Mattia Spina 4ªE, Giordano Di Oto 4ªD leggono: «…Andiamo a cercare insieme, le parole per amare». (Gianni Rodari) – «Aiutate per scelta, non per ritorno Fate tutto il bene che potete, anche quando nessuno guarda, anche quando non torna indietro, anche se sembra poco, anche se vi dicono che non serve. (…) Perché alla fine resterà solo questo: chi siete stati per gli altri». ( HYPERLINK “https://www.facebook.com/andrewfaberblog?__cft__[0]=AZafbUZNagsw46XQ8NJ-i7zPrdjx1zY3T4U0K-zRtE2UhthDbOqQrM7mwDW8GJRpC35EGiqYCO62PuVACjLK6_IeZpsSBbXdLoEhe1K_Ys6fN0y1np8hxk0Its7kFguoxOZNNqjcl69jtGdMkfGEC8ZZ&__tn__=-]K-R”Andrew Faber)Legge il suo personale ringraziamento l’alunna Isabella Diaconu, 4ªD: «Aveva sogni, desideri… Eppure si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Questo pensiero mi ha toccata profondamente: quanto può essere fragile la vita e quanto può essere grande il coraggio di chi sceglie di fare la cosa giusta. Ci ha insegnato che aiutare gli altri è un valore enorme, che il bene esiste e che va difeso, anche quando il mondo sembra andare nella direzione opposta».Per Cristian Cordua, 5ªF della professoressa Roberta Flamini, è una mattinata di quelle che riempiono l’anima; Noemi Colantoni, 5ªC, visibilmente commossa, aggiunge che custodirà con cura ogni parola.Scrive Laura Scialla, docente di sostegno: «Una donna minuta, dolcissima, ma con una forza immensa. Mi sono emozionata tanto, perché in lei ho visto la parte più alta dell’essere umano: la capacità di restare luce anche quando si attraversa il buio più profondo».Tra le lettere, anche quella della professoressa Valentina Ierubino.«Willy vive nei nostri gesti», recita, infine, lo striscione consegnato a nome di tutta la scuola, realizzato da Fabrizio Tricarico, Alessandro Maselli e Alessio Luciano della 1ªB.Ed è stato in quell’istante che il professore Andrea Petrini, docente di Elettronica, si è alzato dalla platea, decidendo di leggere una sua poesia, pensata e messa da parte per il giorno in cui sarebbe andato in pensione, tra qualche anno.Perché la bellezza, che salva il mondo, come sosteneva Dostoevskij, quando è autentica, sa riconoscere il momento giusto per farsi parola.«Ricorda il mio nome per quando non sarò più qui… Ricordami, per quello che ho dato e che avrei voluto darti (…) Ma soprattutto ricorda i miei occhi per quello che ti hanno trasmesso e il mio sorrio dal quale traspare la mia gioia per la vita affinché di me non rimarranno solo parole».Fuori dal microfono, si avvicina un altro collega, l’abbraccia come altri hanno fatto, il professore Mario Commisso, dicendole che se il figlio è morto per salvare un amico per vuol dire che lei è una madre speciale ad averlo cresciuto con questi valori importanti.L’incontro è stato uno specchio.Per i ragazzi che pensano che un pugno sia solamente un gesto.Per chi minimizza.La violenza non esplode all’improvviso.Cresce nel silenzio.Nell’indifferenza.Nella normalizzazione.Nella banalizzazione del male.Nel vuoto. In famiglia.Nel proprio contesto sociale d’appartenenza.E si è chiuso con una consegna.Diventare seminatori di pace.Farsi germogli.Costruttori di accoglienza.Essere “l’occasione giusta” senza aspettarla.Scegliere da che parte stare.Occuparsi degli altri.Compiere gesti gratuiti. «Lui è ancora vivo attraverso voi», ha detto Lùcia.Forse è questa l’eredità più grande, perché ogni ragazzo che sceglierà la gentilezza invece della brutalità, il coraggio invece dell’indifferenza, farà esistere ancora quel sorriso.Quaranta secondi possono spegnere una luce. Ma possono anche accenderne infinite altre.Willy è la luce che brillava negli occhi di questa mamma orfana, mentre guardava quei ragazzi.Li hai abbracciati tutti.TUTTI. Uno per uno. Una luce consegnata a ciascuno di loro, che non si spegnerà mai. Continuerà a vivere in ogni gesto di bene che sapranno compiere.Lùcia ha mostrato che se condiviso, il dolore umano per una perdita, unisce.E da quel lunedì mattina, al Volta, quaranta secondi non sono più soltanto un numero.Sono una scelta.Di responsabilità e impegno. Perché nessun sogno venga più strappato via a nessuno…L'articolo TIVOLI GUIDONIA – Willy, la lezione di umanità di mamma Lùcia all’Istituto “Volta” proviene da Tiburno Tv.