Lo schema si ripete uguale a se stesso. Gli Stati Uniti stanno trattando con l’Iran sul nucleare, Israele fa saltare il banco attaccando Teheran e Washington si trova a dover inseguire. O, come ammesso ieri da Marco Rubio parlando delle “major combat operations” iniziate il 28 febbraio, a bombardare “in via preventiva” sapendo che Tel Aviv lo sta per fare. Anche in quest’ultima guerra che si sta pericolosamente allargando all’intera regione Benjamin Netanyahu, promosso da Donald Trump a cane da guardia e tutore dell’ordine nell’area, continua a “scappare” al tycoon dettandogli l’agenda in Medio Oriente.Il segretario di Stato non poteva essere più chiaro: “Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana – ha detto Rubio parlando con i giornalisti al Congresso -, sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, noi avremmo sofferto perdite maggiori”. Tradotto: Bibi ci ha trascinato in questa guerra prima che noi lo volessimo. Perché tra Washington e Teheran era in corso una trattativa mediata dall’Oman. Il 27 febbraio, poche ore prima che iniziasse l’attacco, il ministro degli Esteri di Muscat Sayyid Badr Albusaidi era stato a Washington da JD Vance per annunciare che gli ayatollah avevano accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito e un nuovo round di colloqui si sarebbe tenuto questa settimana. Una prospettiva che non poteva piacere a Netanyahu, timoroso che un accordo sul nucleare e il conseguente allentamento delle sanzioni avrebbe potuto rafforzare gli ayatollah.Era già accaduto a giugno 2025. Nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva attaccato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran perché, aveva detto Netanyahu, il regime avrebbe potuto “produrre un’arma atomica in brevissimo tempo”, dando il via alla guerra dei 12 giorni. Rubio aveva immediatamente definito gli attacchi israeliani “un’azione unilaterale” specificando: gli Stati Uniti “non sono coinvolti“. Israele, aveva aggiunto, ci aveva “informato che riteneva che questa azione fosse necessaria per la sua autodifesa”. Anche allora l’amministrazione Trump era nel pieno delle trattative con Teheran: i negoziati avviati ad aprile procedevano a rilento – il 9 il regime aveva rifiutato la proposta di Steve Witkoff e annunciato una “controproposta” – ma il 6° round di colloqui era già fissato per il 15 giugno in Oman. Gli inviati non sono mai arrivati a sedere a quel tavolo. Nove giorni dopo, il 22 giugno, gli Stati Uniti entravano ufficialmente nel conflitto con l’operazione “Midnight Hammer” bombardando tre siti nucleari chiave: Fordow, Natanz e Isfahan.L’ultima volta è accaduto il 9 settembre. Quel giorno, nel pieno delle trattative per la pace a Gaza, la Israeli Air Force colpì con missili balistici un complesso residenziale governativo a Doha, in Qatar, mediatore nel negoziato e principale alleato regionale di Washington, dove i vertici di Hamas si erano riuniti per discutere una proposta di cessate il fuoco presentata dagli Stati Uniti. Trump si affrettò a precisare su Truth: “Questa è stata una decisione presa dal Primo Ministro Netanyahu, non da me“.Qualcosa di simile era accaduto anche in estate, quando il 17 luglio le Israele Defense Forces bombardarono la Chiesa della Sacra Famiglia, l’unica cattolica della Striscia di Gaza, uccidendo tre persone e nelle stesse ore intervennero durante un’ondata di violenza settaria in Siria, arrivando a colpire la capitale Damasco. Trump “è stato colto di sorpresa dai bombardamenti in Siria e anche dal bombardamento di una chiesa cattolica a Gaza”, aveva dovuto chiarire la Casa Bianca.Eppure le indicazioni dell’alleato Bibi non sempre fanno centro. A volte mancano completamente il bersaglio, come quelle fornite a Washington il 12 settembre 2002. Invitato al Congresso per offrire una “prospettiva israeliana” a sostegno di un’invasione dell’Iraq, Netanyahu – che in quel momento non era al governo – vaticinò: “La questione non è se il regime iracheno debba essere eliminato, ma quando”. Proseguì: “Se si elimina Saddam, il regime di Saddam, vi garantisco che avrà enormi ripercussioni positive sulla regione”. Tra queste, la caduta degli ayatollah: “Penso che le persone sedute proprio accanto in Iran, i giovani e molti altri, diranno che il tempo di tali regimi, di tali despoti, è finito“. Sei mesi dopo l’amministrazione Bush scatenò l’inferno di “Shock and awe” su Baghdad. Cosa è successo poi – anni di massacri settari che portarono la nascita dell’Isis, solo per citare una conseguenza – lo abbiamo visto.L'articolo Attacco all’Iran, Rubio ammette: “Abbiamo colpito perché sapevamo che Israele lo avrebbe fatto”. Così Netanyahu continua a dettare l’agenda a Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.