Reza Pahlavi si presenta a Roma con un messaggio che ha il tono di un appello e insieme di una sfida politica. Figlio dell’ultimo scià di Persia, oggi tra i volti più noti dell’opposizione agli ayatollah, sostiene di essere «pronto ad andare in Iran» per guidare «l’ultimo assalto al regime», a condizione che esistano «condizioni di sicurezza» e aree protette da cui operare. L’Iran è in ostaggioPahlavi, che è stato intervistato da Repubblica ma è anche stato ospite di Bruno Vespa, descrive un Paese «in ostaggio», in cui la recente offensiva aerea condotta da Stati Uniti e Israele sarebbe stata accolta «bene dagli iraniani», quasi come «un intervento di soccorso umanitario». Una lettura che ribalta la narrativa prevalente in molte cancellerie europee e che merita cautela: le reazioni della società iraniana restano difficili da verificare in modo indipendente, anche a causa del blocco delle comunicazioni e della repressione interna.Il sostegno internazionaleSecondo il figlio dell’ultimo Scià, il regime sarebbe oggi più fragile che in passato: «Le fratture si moltiplicano, nella burocrazia e fra i militari», afferma, indicando nei Guardiani della rivoluzione il vero centro del potere, ormai trasformato in una «dittatura paramilitare». In questo scenario, la possibilità di un collasso non sarebbe legata solo a pressioni esterne, ma anche all’iniziativa interna: «Siamo noi iraniani la forza di terra, ma abbiamo bisogno di essere sostenuti».Il sostegno internazionale è infatti il punto centrale del suo intervento. Pahlavi ha chiesto esplicitamente all’Europa di cambiare approccio e di affiancare l’opposizione iraniana, evocando precedenti storici: «Sostenete la nostra liberazione nazionale come avete fatto con Walesa in Polonia, Mandela in Sudafrica, con Zelensky in Ucraina». La ricetta di PahlaviSul piano diplomatico, l’ex erede al trono invita a non separare i negoziati sul nucleare e sulla sicurezza regionale dalla questione dei diritti umani: «Il regime non ferma la guerra contro il popolo: arresti, torture, esecuzioni». Per questo, insiste, «queste violenze devono entrare nei negoziati». E rilancia una linea dura verso Teheran: espulsione dei diplomatici, chiusura delle ambasciate e una pressione internazionale «forte» per proteggere i civili.Lo spartiacque globaleNon manca una visione per il “dopo”. Pahlavi parla di una transizione «non violenta e inclusiva», aperta anche a chi abbandonerà il regime, ma con processi per «chi ha commesso gravi crimini». E immagina un Iran diverso anche negli equilibri regionali: «La caduta del regime sarà uno spartiacque globale», capace – nelle sue parole – di stabilizzare il Medio Oriente e trasformare il Paese in un partner energetico per l’Europa.L'articolo Reza Pahlavi: «Pronto a tornare in Iran per guidare l’ultimo assalto al regime» proviene da Open.