Dal 2023 il ministero dell’Economia e delle Finanze, guidato da Giancarlo Giorgetti, ha tracciato una linea precisa, che nelle ultime ore è tornata con forza al centro del dibattito. “Nell’ambito dell’azione per l’efficientamento della spesa e il contenimento dei costi, il Tesoro ha indicato alle società partecipate la necessità di escludere o limitare in modo rigoroso le indennità di fine mandato, indipendentemente dalla loro denominazione”, ha reso noto stasera il Mef. L’obiettivo è chiaro: evitare che compensi rilevanti vengano riconosciuti a chi conclude l’incarico per scadenza naturale o per dimissioni volontarie.Questa impostazione non è solo teorica ma punta a creare una prassi consolidata. In sostanza, il messaggio è che non devono esserci buonuscite automatiche, soprattutto nei casi in cui il passaggio avviene all’interno dello stesso perimetro pubblico. Ed è proprio questo principio a diventare decisivo nel caso che sta agitando le recenti nomine.Il caso Di FoggiaLa vicenda ruota attorno a Giuseppina Di Foggia, amministratrice delegata di Terna nominata tre anni fa dall’attuale governo. Nella nuova tornata di nomine non è stata confermata nel ruolo, ma è stata indicata per la presidenza di Eni, una posizione di grande prestigio anche se meno rilevante sul piano economico.Il passaggio, però, si è trasformato in un terreno di scontro. Di Foggia non intende rinunciare alla buonuscita da 7,3 milioni di euro, ma proprio qui si inserisce il richiamo del Mef. Le direttive del Tesoro rendono difficile sostenere la legittimità di una richiesta simile, soprattutto considerando che Terna ed Eni fanno capo allo stesso azionista di riferimento, Cassa Depositi e Prestiti. In un contesto infragruppo, infatti, le indennità di fine mandato non dovrebbero essere riconosciute.I vincoli statutariA complicare ulteriormente il quadro c’è il tema delle regole interne. Lo statuto di Terna prevede che chi ricopre incarichi nella società non possa assumere ruoli in altre aziende energetiche. Questo significa che, per poter essere eletta presidente di Eni nell’assemblea fissata per il 6 maggio, Di Foggia deve dimettersi in anticipo rispetto alla naturale scadenza del mandato.È proprio questo passaggio a rendere la situazione più delicata. Le dimissioni, infatti, rischiano di essere interpretate come il presupposto per richiedere l’indennità, ma la linea del Mef punta esattamente nella direzione opposta. Il risultato è un cortocircuito tra norme statutarie e indirizzo politico.Tempistiche stretteIl calendario non lascia molto spazio a soluzioni intermedie. L’assemblea degli azionisti di Eni non sarà rinviata, mentre quella di Terna è prevista per il 12 maggio e servirà a nominare il nuovo amministratore delegato. Per essere eleggibile, Di Foggia deve lasciare prima l’incarico attuale, ma così facendo si apre definitivamente il fronte sulla buonuscita.Non a caso, altri protagonisti delle nomine si sono già adeguati per evitare complicazioni. Il consigliere di Terna Stefano Cappiello, indicato tra i futuri membri del consiglio di Eni, si è dimesso il 17 aprile proprio per rispettare i vincoli previsti.Il caso politicoQuella che sembrava una partita chiusa si è trasformata in un problema politico per il governo. A Palazzo Chigi il clima si è fatto teso, tanto che qualcuno ha descritto la giornata come segnata da un simbolico “fumo nero”. La sensazione è che la vicenda della buonuscita non sia solo una questione tecnica, ma un banco di prova sulla capacità dell’esecutivo di far rispettare le proprie linee guida.Il richiamo del Mef, pertanto, assume un valore ancora più forte: non solo una direttiva amministrativa, ma un segnale preciso per evitare che casi come quello di Di Foggia aprano la strada a richieste difficili da giustificare nell’ambito delle società partecipate.Enrico Foscarini, 19 aprile 2026L'articolo Terna, Giorgetti dice no alla buonuscita di Di Foggia proviene da Nicolaporro.it.