Perché condivido la linea (prudente) del governo su Hormuz. Parla Rosato (Azione)

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Il termometro della crisi globale passa da uno stretto di mare largo poche decine di chilometri. Lo Stretto di Hormuz, crocevia dell’energia mondiale, torna al centro delle tensioni internazionali mentre le parole del ministro della Difesa, Guido Crosetto, aprono a una possibile iniziativa internazionale. Sullo sfondo, l’imprevedibilità americana, la fragilità mediorientale e una linea italiana che prova a tenere insieme prudenza e responsabilità. In questo quadro si inserisce la posizione di Ettore Rosato, vicesegretario di Azione e componente della Commissione Esteri della Camera.Rosato, la missione a Hormuz è davvero un’opzione concreta?È necessario che abbia una copertura internazionale. La sede naturale sono le Nazioni Unite, ma sappiamo bene che esiste il rischio concreto di un veto russo. In quel caso, l’alternativa è una missione con copertura europea. È giusto prepararsi, ma non sono certo che oggi ci siano le condizioni per metterla davvero in piedi.Quanto pesa l’incertezza legata alle mosse degli Stati Uniti, soprattutto con Trump?Pesa moltissimo. Il punto è che Trump non avvisa neanche gli alleati. Questo rende tutto più instabile e imprevedibile. Non possiamo escludere che decida di tornare a bombardare, e questo complica ogni scenario. Ma sia chiaro: noi non partecipiamo a un’azione di guerra. Noi semmai lavoriamo per prevenire, per stabilizzare.La linea del governo Meloni le sembra convincente?L’orientamento assunto da Crosetto è ragionevole. C’è una linea di equilibrio che condividiamo: mantenere la partnership con gli alleati europei, senza rompere l’asse con gli Stati Uniti. Ma questo non significa seguire automaticamente ogni scelta americana. Non faremo la guerra perché lo dice Trump.Il nodo resta la sicurezza di Hormuz e tutto ciò che comporta la chiusura sull’equilibrio globale. Lo Stretto di Hormuz non è “nostro”, ma è un punto cruciale per l’economia mondiale. Non possiamo permettere che uno dei tanti colli di bottiglia del pianeta venga interrotto impunemente da chiunque ne abbia la capacità. Le conseguenze sarebbero globali, e le stiamo già vedendo in termini di tensioni e fibrillazioni.Che lettura dà delle mosse americane?Sul regime iraniano non dirò mai una parola positiva. Ma è evidente che alcune scelte degli Stati Uniti rispondono anche a esigenze di politica interna, così come accade in Israele. Questo rende il quadro ancora più complesso.In Italia però le opposizioni sono sul piede di guerra. Come legge questa postura?C’è una levata di scudi che spesso è più ideologica che sostanziale. Nel cosiddetto campo largo prevale l’idea di dire sempre no al governo, a prescindere. Ma nei momenti difficili serve una sintesi, una strategia comune. Non si può giocare solo sulla contrapposizione.Quindi riaprire Hormuz è una priorità condivisa?Assolutamente sì. È nell’interesse di tutti. Così come è fondamentale mantenere una posizione equilibrata per l’Italia. Da questo punto di vista, Meloni e Crosetto hanno detto cose ragionevoli.E il tema del mandato Onu?Chi condiziona tutto al mandato delle Nazioni Unite deve essere consapevole che così facendo si rischia di essere accondiscendenti nei confronti di Putin. Diamo a lui la possibilità di decidere cosa possiamo e non possiamo fare. È una contraddizione che va affrontata con realismo.