Iran. La “guerra dei negoziati”: diplomazia e forza nel nuovo equilibrio mediorientale

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di Shorsh Surme – Sia i negoziati ospitati e supervisionati da Islamabad, sia quelli avviati per la prima volta “direttamente” tra Israele e Libano sotto l’egida americana rappresentano, di fatto, la prosecuzione del conflitto in corso tra le parti coinvolte. L’assunto di fondo è chiaro: ciò che non è stato possibile ottenere attraverso la guerra militare ed economica può essere perseguito attraverso una guerra politica, cioè mediante negoziati diretti. A questo proposito, è utile evidenziare alcuni punti. Come già sottolineato in un precedente articolo, il vicepresidente statunitense J. D. Vance non si è recato a Islamabad rischiando il proprio futuro politico per poi tornare a mani vuote. Al contrario, è plausibile che, durante le 21 ore di colloqui, abbia ottenuto risultati significativi, avvicinandosi all’annuncio di un’intesa preliminare verso un accordo definitivo. I negoziati hanno messo in evidenza le principali leve strategiche dell’Iran, lo Stretto di Hormuz e la questione libanese. Per questo motivo, Teheran ha subordinato qualsiasi accordo alla fine della guerra contro Hezbollah. In questo contesto si inserisce anche la dichiarazione del presidente Donald Trump, secondo cui “vuole tutto”, accompagnata dalla direttiva ai negoziatori di non accettare nulla di meno del 100%, ritenendo che l’Iran non disponesse di carte decisive. Questo spiega il cambio di tono di Vance al termine dei colloqui, invece di annunciare un accordo, dichiarò il fallimento dei negoziati e fece ritorno a Washington. Subito dopo, l’amministrazione Trump si è mossa per neutralizzare le due principali leve iraniane. Sul fronte dello Stretto di Hormuz, ha imposto un blocco navale ai porti iraniani, lavorando al contempo per garantire la riapertura del passaggio marittimo. Sul fronte libanese, gli Stati Uniti hanno di fatto sottratto la “carta libanese” all’Iran, trasformandola in un dossier gestito direttamente da Washington. Ciò è avvenuto attraverso negoziati diretti tra le parti, con la partecipazione degli ambasciatori libanese e israeliano a Washington e la presenza del Segretario di Stato americano. Si è tentato persino di organizzare una telefonata tra il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tentativo però fallito a causa della richiesta libanese di una preventiva cessazione degli attacchi israeliani. La pressione esercitata da Trump su Netanyahu ha portato a un cessate il fuoco nel Libano meridionale, anche perché si stavano ottenendo risultati politici ritenuti più vantaggiosi rispetto alla prosecuzione degli attacchi. Tra questi, sottrarre il dossier libanese all’Iran, impedendogli una strategia di “fronti uniti”, trasformare la questione del disarmo di Hezbollah in un tema interno libanese, anche a costo di possibili tensioni, consolidare una zona cuscinetto di 10 km all’interno del territorio libanese, dalla quale Israele non intende ritirarsi, e avanzare verso un possibile accordo di pace tra Libano e Israele. Un simile accordo è considerato strategico sia da Trump sia da Netanyahu e potrebbe favorire, in prospettiva, un’intesa analoga con una futura Siria. Dal punto di vista iraniano, il “nuovo” regime potrebbe non opporre una forte resistenza sulla questione nucleare e potrebbe accettare di consegnare agli Stati Uniti il materiale residuo. La leadership futura potrebbe infatti dare priorità alla ricostruzione del Paese, al miglioramento delle condizioni di vita e alla fornitura di beni essenziali, piuttosto che al progetto nucleare. Di conseguenza, non vi sarebbero particolari obiezioni a una sospensione del programma nucleare, già di fatto rallentato, in cambio dello sblocco dei beni finanziari iraniani congelati. Inoltre, la possibilità di riconsiderare il programma tra 10 o 20 anni non incontrerebbe resistenze, considerando che né Trump, né Netanyahu, né l’attuale leadership iraniana saranno probabilmente ancora al potere. La tregua ha consentito agli attori internazionali di rivalutare le proprie posizioni con maggiore lucidità. Tra questi figurano i diretti protagonisti del conflitto, Stati Uniti, Israele e Iran, gli Stati del Golfo colpiti dalla guerra, la Giordania, l’Unione Europea, penalizzata dall’interruzione delle forniture energetiche, e i Paesi asiatici fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo e dell’Iran, tra cui Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Tutti questi attori potrebbero esercitare pressioni su Trump affinché garantisca il successo dei negoziati e una rapida conclusione delle guerre regionali, evitando ulteriori danni all’economia globale. La “guerra dei negoziati” è, in sostanza, ciò che Trump definisce “imporre la pace con la forza”. Alla luce della fine della tregua con l’Iran prevista per il 22 aprile 2026 e della conclusione del periodo di 10 giorni tra Libano e Israele il 26 aprile, si aprono ora tre possibili scenari.