‘Il Trionfo del Tempo e del Disinganno’ di Händel a Roma? Davvero trionfale! Vi racconto lo spettacolo

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Ci sono serate, rarissime, in cui il teatro musicale ritrova il suo senso più profondo.Siamo contenti che ciò che sia successo a Roma in occasione di un’opera straordinaria: Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Georg Friedrich Händel, composto durante il soggiorno romano del giovane geniale compositore, poco più che ventiduenne, in un contesto in cui l’opera era vietata e l’oratorio diventava l’unico terreno possibile di libera sperimentazione. Sforzo creativo destinato a segnare profondamente il suo percorso, tanto che Händel vi tornerà più volte nell’arco di oltre cinquant’anni, rielaborandolo e trasformandolo, a testimonianza di un’ossessione non solo creativa, ma anche filosofico- teologica. L’elefante del cardinale Benedetto Pamphilj si inserisce perfettamente nella tradizione allegorica della saggezza gnomica rinascimentale: nel contrasto tra Tempo e Bellezza, e della coppia di speculare di consiglieri Disinganno e Piacere, si articola una dialettica psicologica già presente nella sapienza antica, memorie di di echi senechiani, dove il tempus fugit diventa riflessione pre-esistenzialistica.Ho avuto la fortuna di prepararmi all’ascolto grazie a un incontro a tema del Salotto Papale, un appuntamento esclusivo di approfondimento, che fornisce, con vivacità, preziose chiavi di lettura. Nel sempre ben curato libretto di sala troviamo alcune rilevanti considerazioni: ad esempio, nel testo di Arnaldo Soldani dedicato a Tempo e Bellezza nella Roma del Settecento leggiamo: “Sul piano della rappresentazione, l’oratorio si segnala per la mancanza di una vera e propria ambientazione, come è tipico del racconto allegorico e della psicomachia”.Illuminanti, per comprendere una messa in scena ardita quanto ponderata, le dichiarazioni del regista Robert Carsen raccolte nell’intervista ufficiale di Valerio Cappelli, in cui individua nella “combinazione di una lucida guida morale e di un intenso sviluppo psicologico” l’elemento che rende l’oratorio “una delle opere più potenti di Handel e una sfida avvincente da mettere in scena”. Personalmente, sono poco incline ad accogliere con entusiasmo le riletture contemporanee, dunque ho inizialmente reagito con insofferenza all’oratorio di Händel messo in scena come una puntata di X Factor. Lucida l’osservazione di Francesco Giudiceandrea su GB Opera: “Robert Carsen immagina l’oratorio ambientato in uno studio televisivo nel quale si svolge un talent show. Il primo colpo d’occhio forse per uno spettatore del secolo passato può apparire deludente e disturbante […] Al contrario, superati i primi momenti lo spettacolo ci conduce in assoluta sintonia con la musica…”Quella partenza straniante, con una scenografia iperrealistica e quasi sorrentiniana, carica di glamour e vacuità, si rivela una traduzione efficace del regno del Piacere. Nel secondo tempo la regia trova il suo senso più profondo: il palco si svuota, subentra una dimensione di dolente introspezione, che illumina, à rebours, la perdizione iniziale.La serata è stata trionfale. Il controtenore Raffaele Pe, nei panni del Disinganno, è stato giustamente accolto con entusiasmo dal pubblico romano: voce salda, fraseggio scolpito, presenza magnetica. Anna Bonitatibus, nei panni di Piacere, ha interpretato con raffinata sensibilità “Lascia la spina, cogli la rosa”, restituendo tutta la seduzione malinconica che pervade l’aria più nota dell’oratorio.(profusa con profonda conoscenza antinomica dell’animo umano nel momento dell’invito all’abbandono ai sensi!). Colpisce la Bellezza di Johanna Wallroth (in più accezioni), al debutto al Costanzi, in primo luogo per eleganza vocale e tenuta scenica in una parte impervia e di totale esposizione.Non sottolineeremo mai abbastanza quanto sia difficile sostenere parti vocali già tecnicamente sfidanti, rimanendo fedeli alle indicazioni di regia, spesso frenetiche, degli allestimenti contemporanei. Solido e autorevole anche Ed Lyon nel ruolo di Tempo. Notevole, e ben concertato, lo sforzo coreografico del corpo di ballo, con movimenti immaginati da Rebecca Howell. Plauso tanto alla direzione, calma e sicura, di Capuano quanto alla regia di Carsen, coraggiosa ma in maniera intelligente, capace di coniugare modernità e (finalmente!) senso.Rimanendo sugli oratori di Handel, rispetto all’inopinata insensatezza della versione della Resurrezione dello scorso anno, questo allestimento si impone come un esempio virtuoso di adattamento contemporaneo: intelligente, coerente, profondamente convincente.Foto di Fabrizio SansoniL'articolo ‘Il Trionfo del Tempo e del Disinganno’ di Händel a Roma? Davvero trionfale! Vi racconto lo spettacolo proviene da Il Fatto Quotidiano.