Mercoledì 25 marzo l’Istat ha pubblicato i primi risultati di una ricerca che deve essere letta con attenzione. Per la prima volta, infatti, c’è una fotografia diretta, fatta sul campo, delle persone senza dimora nei 14 Comuni centro di area metropolitana: Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania e Cagliari. Non una stima costruita a tavolino, ma un conteggio realizzato nella stessa notte, con l’approccio “Point in Time”, attraverso osservazione diretta in strada e nelle strutture di accoglienza notturna.La fotografia è quella della notte del 26 gennaio 2026. E dice questo: nei 14 Comuni considerati le persone senza dimora rilevate sono 10.037. Di queste, 5.563 erano ospitate nelle strutture di accoglienza notturna. Le altre 4.474, cioè il 44,6%, erano in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna. Quasi una su due. Già questo dovrebbe bastare a smontare una certa narrazione consolatoria: in Italia esiste un fenomeno strutturale di grave marginalità che non si risolve con la semplice gestione dell’emergenza.Poi, certo, i numeri cambiano da città a città. Roma è quella con il valore assoluto più alto: 2.621 persone senza dimora, di cui 1.299 in strada. Seguono Milano con 1.641, Torino con 1.036 e Napoli con 1.029. Dall’altra parte ci sono Reggio Calabria con 31 persone, Messina con 129 e Catania con 218. Ma il punto non è fare la classifica del degrado. Il punto è capire che il fenomeno è nazionale, non locale, e che ovunque pone la stessa domanda: davvero qualcuno pensa che il modo più civile di affrontarlo sia abituarsi alla presenza permanente negli spazi pubblici di persone senza fissa dimora?Anche guardando al rapporto tra persone in strada e persone accolte in struttura emergono differenze che fanno riflettere. Ci sono città che riescono a offrire più riparo, come Messina e Bari, dove la quota di persone in strada è inferiore al 20% del totale. E ci sono città dove invece la strada continua a essere una componente molto più pesante del fenomeno, come Genova, Firenze e Napoli.Com’è invece la situazione a Bologna? Apparentemente sta nel mezzo. Da sempre ama raccontarsi come la città giusta, inclusiva, aperta, solidale. Tutto bello sulla carta. Peccato che ci si trovi a passare in mezzo a persone che dormono sotto i portici, nei giardini, negli spazi pubblici, in condizioni che non sono degne né per loro, né per una città che pretende di impartire lezioni morali al resto del Paese. Riprendiamo in mano i dati. A Bologna, nella notte del 26 gennaio 2026, sono state rilevate 597 persone senza dimora. Di queste, 334 erano ospitate in struttura e 263 erano in strada (il 44,1%). Le strutture coinvolte erano 15, con una capienza complessiva di 400 posti letto.Ora, la prima osservazione è fin troppo semplice: stiamo parlando di un fenomeno che quotidianamente ha un impatto enorme sulla qualità della vita urbana e sulla vita di queste persone, pur essendo numericamente limitato rispetto alla dimensione della città. Non parliamo di migliaia di persone. Parliamo di 597 persone in una città che, considerando l’area metropolitana, arriva a 1 milione di abitanti. E proprio per questo non ci si può arrendere all’idea che tutto debba restare così per sempre.Basta guardare a quello che accade in alcuni punti simbolici della città per capire quanto sia ipocrita la retorica dell’inclusione. Un esempio? Il porticato della Chiesa della Santissima Annunziata, che da anni ospita un numero elevato di persone senza fissa dimora che hanno creato un vero e proprio accampamento con tende e materassi. Non basta dire, come ha fatto Lepore martedì 7 aprile a un evento sulla “cura” della città, che lui non vuole cedere a chi vorrebbe “togliere dalla vista” i senza tetto: non si può chiamare inclusione ciò che, in realtà, è solo abitudine al degrado e resa davanti alla marginalità.Qui entra in gioco un altro dato, ancora più scomodo: a Bologna i posti letto dichiarati nella notte della rilevazione Istat erano 400, ma gli ospiti presenti nelle strutture erano 334. Questo significa che i dormitori non erano pieni. E se non erano pieni, una domanda bisogna porsela. Chi segue queste persone lo sa benissimo. Se il dormitorio fosse la risposta adatta a tutti i senzatetto, quei posti sarebbero stati occupati interamente. Non è successo. E non perché il problema non esista, ma perché servono risposte diverse. Ci sono persone che non riescono a stare dentro regole rigide. Persone che hanno perso il lavoro e sono finite in una spirale di abbandono, persone con situazioni complesse, con dipendenze gravi, disagio psichico; persone che avrebbero bisogno di strade e proposte diverse.Anche il cosiddetto Piano Freddo del Comune è una risposta tampone. Utile e doverosa, ma pur sempre una misura emergenziale, stagionale. Serve a offrire coperte, riparo temporaneo, qualche servizio in più nei mesi invernali. Aiuta a sopravvivere una notte in più, non a uscire dalla strada. Servono invece percorsi di reinserimento e forme di accoglienza più flessibili. Servono risposte capaci di aiutare davvero una persona a rimettersi in piedi.Ci sono persone che non sarebbero mai entrate in un dormitorio tradizionale e che invece, grazie ad altri tipi di proposte, sono riuscite a riprendersi, a lavorare di nuovo, perfino a tornare a pagare un affitto. Questo è il punto: occorre aiutare chi aiuta.Ho in mente la Capanna di Betlemme della Comunità Papa Giovanni XXIII a Castelmaggiore, la Corte dei Miracoli a Parma, un’associazione che accoglie senzatetto offrendo una “casa condivisa” e una seconda opportunità di reinserimento sociale, l’esperienza dell’Opera Padre Marella, che ha ristrutturato e messo a disposizione un appartamento a persone che lavoravano e, non trovando casa, erano costrette a passare la notte nei dormitori.Il report Istat mostra che a Bologna la presenza in strada si concentra soprattutto nel centro storico e nelle zone pedonali (70,3%) e che la città è anche tra quelle con maggiore diffusione di strutture informali, con 7 realtà segnalate nel report. Questo ci dice due cose: che il fenomeno è molto visibile e che già oggi una parte della risposta passa anche attraverso esperienze non tradizionali, spesso sostenute dal terzo settore.In questi giorni è stato un ragazzo straordinario a “costringere” l’amministrazione ad uscire dallo standard: Giovanni Tamburi, il ragazzo sedicenne rimasto ucciso nel rogo della discoteca “Le Constellation”, a Crans-Montana, in Svizzera, nella notte di Capodanno.Giovanni era un ragazzo dal gran cuore. Lui amava il prossimo, aiutava in silenzio i poveri, gli ultimi, i senzatetto. Lui avrebbe voluto che tutti avessero un tetto per dormire e una tavola a cui mangiare. Il papà, Giuseppe Tamburi, che ha scoperto questo lato del figlio solo dopo quella tragica notte, ha raggiunto l’11 aprile un accordo con il Comune di Bologna per finanziare un villaggio per persone senza fissa dimora che sarà intitolato proprio a Giovanni. Papà Giuseppe ha posto una condizione essenziale, accettata dal Comune, ed è quella che avrebbe voluto Giovanni: gli ospiti potranno portare a dormire anche i loro cani. Sappiamo tutti che il legame tra i senzatetto e i loro cani è talmente forte che, quando viene loro proposto un tetto per la notte, viene spesso rifiutato per non abbandonare i propri animali.Quello che è accaduto grazie a Giovanni è un esempio di quello che potrebbe nascere per aiutare tutti a “rimettersi in piedi”, superando gli standard e non accontentandosi di palliativi.Elena Ugolini, 14 aprile 2026L'articolo Senzatetto, i numeri che smascherano il mito dell’inclusione proviene da Nicolaporro.it.