Introdotto nel 2011 per stimolare interventi correttivi dello stile di vita, il termine ‘pre-diabete’ rischia di andare in pensione dopo soli 15 anni. La condizione di pre-diabete infatti è già associata a un aumento significativo del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica e alcuni tipi di tumore, in particolare colon-retto, mammella e pancreas.Perché ‘pre-diabete’ va sostituito Definire questa fase come ‘pre’ rischia quindi di banalizzarne l’importanza e di ritardare interventi potenzialmente decisivi per la riduzione del rischio. In casi analoghi questo approccio ha già dimostrato la sua validità. Nel caso dell’ipertensione arteriosa, per esempio, l’abbandono del termine pre-ipertensione ha permesso di migliorare la percezione del rischio e la tempestività delle cure. La nuova proposta di classificazioneUna nuova proposta di classificazione, avanzata dai principali esperti internazionali di diabetologia, descrive il diabete di tipo 2 come un processo continuo, legato al progressivo declino della funzione delle cellule beta pancreatiche (produttrici di insulina) e all’aumento della resistenza insulinica.In questo quadro vengono individuati tre stadi. Il primo riguarda le persone che, pur avendo valori glicemici ancora nella norma, presentano un rischio aumentato di sviluppare alterazioni future. Il secondo stadio corrisponde a quella che oggi viene definita disglicemia o pre-diabete. Qui le alterazioni dei valori glicemici sono già evidenti, anche se non ancora tali da configurare una condizione pienamente sviluppata. Infine si arriva al terzo stadio, quello del diabete conclamato.“La proposta di superare il termine ‘pre-diabete’ rappresenta un’opportunità concreta per anticipare la diagnosi e intervenire quando la malattia è ancora modificabile”, sottolinea Raffaella Buzzetti, presidente della Società italiana di diabetologia. Un cambiamento culturale “È un cambiamento culturale, prima ancora che clinico e consiste nel riconoscere che il diabete tipo 2 inizia molto prima della diagnosi tradizionale”, rimarca Buzzetti. Un documento di consenso internazionale riguardante la nuova classificazione è atteso nei prossimi mesi. “La Sid contribuirà attivamente al dibattito, con l’obiettivo di valutare l’applicabilità del nuovo modello nel contesto italiano e il suo potenziale impatto sulla popolazione”, dice ancora la presidente. “Non si tratta solo di cambiare nome, ma di cambiare prospettiva: passare dal trattare una malattia conclamata, al prevenirne la comparsa. Intervenire prima – conclude – significa preservare salute e qualità di vita e risparmiare risorse. E oggi, più che mai, è possibile”.Questo articolo Il ‘pre-diabete’ non convince più: verso una nuova classificazione proviene da LaPresse