Ungheria. Dopo la vittoria elettorale, l’”orbanismo” è la vera sfida di Peter Magyar

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di Giuseppe Lai – Un’affluenza oceanica superiore al 78 per cento degli elettori ha decretato la vittoria di Peter Magyar contro Viktor Orbán alle elezioni del 12 aprile scorso.Il candidato dell’opposizione filoeuropea a capo del partito di centrodestra Tisza ha conquistato la maggioranza dei due terzi in Parlamento, assicurandosi 138 dei 199 seggi complessivi, mentre Fidesz, il partito di Orbán, si è fermato a 55 seggi.L’indubbio successo politico di Peter Magyar è stato accolto con entusiasmo dalla comunità internazionale, in primis dall’Europa, che si è soffermata in particolare sulla promessa di avvicinamento all’UE da parte del neopresidente.Lotta alla corruzione, risanamento economico e stesura di una nuova Carta costituzionale sono altri punti programmatici che Magyar ha promesso di avviare durante il suo mandato governativo.Se si guarda alla peculiarità del contesto ungherese sotto una molteplicità di aspetti, la ventata di ottimismo post-voto appare tuttavia prematura.Da una prospettiva storica, a differenza di ciò che accade fisiologicamente nelle democrazie avanzate, ossia l’alternanza di coalizioni antitetiche in occasione delle scadenze elettorali, l’Ungheria è da ritenersi un’eccezione.Nel Paese, Viktor Orbán è stato eletto per la prima volta come primo ministro nel 1998 e successivamente confermato nel 2010, nel 2014, nel 2018 e nel 2022.Il lungo periodo al potere gli ha permesso, insieme al partito Fidesz, di promuovere un’ideologia che si è radicata profondamente nel tessuto sociale, economico e istituzionale della comunità ungherese.L’espressione che correla meglio gli aspetti appena citati è “indottrinamento ideologico”, perseguito con abilità e carisma attraverso il controllo dei media e tradotto nelle istituzioni con una serie di riforme costituzionali.La vittoria elettorale del 2010, in particolare, ha dato avvio a quelli che sarebbero diventati i tratti peculiari del modello Orbán, meglio definito “orbanismo”, a significare la perfetta simbiosi dell’ex premier con Fidesz, il partito che lo ha sempre candidato alle elezioni.L’aspetto che ha contraddistinto dall’inizio il percorso di “orbanizzazione” è l’etnonazionalismo, cioè la promozione di un’identità nazionale omogenea sul piano etnico, culturale e religioso, in aperto conflitto con le minoranze e gli immigrati e diffidente verso l’integrazione europea.Da ciò è derivato il rifiuto del modello liberale occidentale, fondato sulla tutela effettiva della rappresentanza democratica, delle libertà individuali e dello Stato di diritto.Ingredienti presenti anche nel sistema istituzionale ungherese ma di fatto svuotati di quei principi ispirati all’autentico liberalismo che rendono le istituzioni statali espressione di democrazia formale e “illiberale”, per usare un termine coniato dallo stesso Orbán nel 2014.Un percorso, quello avviato da Viktor Orbán, che non nasce dal nulla.Affonda le sue radici nella storia ungherese, in cui la crisi della coalizione socialista e liberale che ha governato il Paese nella fase post-sovietica tra il 1994 e il 1998 e successivamente tra il 2002 e il 2009 è stata uno dei fattori che hanno favorito l’esordio del modello Orbán.Negli anni 2000, in particolare, il governo in carica si è caratterizzato per una cattiva gestione dell’economia, con promesse di spesa pubblica che hanno determinato un aumento considerevole del deficit statale, destinato ad aggravarsi con il crack finanziario del 2008.Da ciò è derivata l’imposizione governativa di drastiche misure di austerità, tra cui aumento delle tasse e taglio della spesa, che hanno causato una grave recessione e l’aumento dell’impopolarità del governo.Il dato economico ha rappresentato l’occasione propizia per la messa in discussione della coalizione al potere e più estesamente del sistema di democrazia liberale post-comunista, nato dalle ceneri del socialismo reale.Lo stesso sistema che nel 2004 aveva portato l’Ungheria all’ingresso nell’Unione europea, grazie a un percorso di integrazione occidentale che il Paese magiaro aveva compiuto aderendo alla NATO nel 1999 e avviando le riforme necessarie per l’adesione all’UE, tra le quali la transizione verso un’economia di mercato.Questa crisi ha reso più fertile il terreno per quel processo di involuzione democratica verso il nazionalismo che avrebbe preso forma con Viktor Orbán, ma di cui in realtà esistevano da tempo i presupposti storici.È doveroso ricordare che il nazionalismo è alla base dell’insurrezione di Budapest del 1848 ed è stato l’ideologia dell’élite politica e dei grandi latifondisti.La brutale conclusione della Prima guerra mondiale, con la perdita per l’Ungheria del 70% del territorio, ha ancora una volta esasperato qualcosa di già esistente, aggiungendo un senso di accerchiamento e di paura nei confronti dei propri vicini, percepiti costantemente come una minaccia alla sovranità nazionale nonché alla stessa etnia magiara.La rivoluzione popolare del ’56 contro l’invasione sovietica, ferocemente repressa, ha cementificato ulteriormente questi aspetti e, allo stesso modo, la transizione dell’89, che dopo l’iniziale entusiasmo per il cambio di sistema, ha mostrato ancora una volta che il nazionalismo, il conservatorismo e la paura etnica non hanno di fatto mai abbandonato la popolazione.Tali paradigmi spiegano la sostanziale diffidenza della cultura ungherese nei confronti di qualsiasi forma di liberalismo, di privatizzazione dell’economia e di deregolamentazione, che nelle vicende storiche del Paese si sono spesso intrecciati con fenomeni di corruzione diffusa e di indebolimento del sistema di welfare.E spiegano anche il forte senso di sfiducia verso le istituzioni occidentali.Gli elementi descritti definiscono i contorni del contesto che avrebbe favorito l’ascesa al potere di Orbán.Forte di una preesistente inclinazione della popolazione verso un antiliberalismo ritenuto causa del proprio malcontento, l’ex premier, all’opposizione politica negli anni tra il 2002 e il 2010, ha visto la coalizione socialista e liberale indebolirsi, litigare e dissolversi definitivamente nel 2009.Non ha chiesto le elezioni anticipate: ha atteso la scadenza elettorale del 2010 per proporre un vero e proprio cambio di rotta.Nelle sue intenzioni, l’Ungheria doveva diventare una democrazia “illiberale” attraverso la costituzione di un’élite in grado di guidare il Paese e mantenere il potere per prevenire qualsiasi tipo di minaccia alla sovranità nazionale.Affinché il partito possa guidare questa democrazia senza troppi “intralci”, è necessario un forte controllo centrale sul piano sociale, politico, economico e comunicativo che, di fatto, limita e influenza le libertà individuali.L’illiberalismo cerca di fare bene là dove il pregresso neoliberismo ha sbagliato, assumendo un maggior controllo, creandosi attorno un consenso clientelare e assoggettando anche il controllo dei media.In termini più pragmatici, un siffatto sistema poteva assicurare la stabilità politica attraverso un grande partito popolare, Fidesz, fortemente organizzato e radicato nella realtà sociale ungherese.Un simile contesto rappresenta il quadro attuale della situazione ungherese, una sfida cruciale per il neopresidente Peter Magyar, se naturalmente darà seguito alle promesse fatte in campagna elettorale.Nel merito, non sono pochi i detrattori che ritengono Magyar un prodotto di quell’orbanismo che dichiara di voler eliminare, avendo militato nelle file di Fidesz e ricoperto ruoli di vertice, dai quali si è dimesso dopo recenti scandali.I suoi “distinguo” da Orbán non sono riconducibili a una linea politica in netta antitesi a quella orbaniana, condividendone ad esempio le posizioni sull’immigrazione e sul sovranismo.La postura sovranista di Magyar appare meno radicale di quella orbaniana, ma la vera scommessa sarà la presa d’atto che solo nell’ambito dell’Unione europea si può essere sovranisti.È l’Unione europea il modello di sovranismo in grado di affrontare difficoltà e problematiche che esulano dalle capacità dei singoli Stati, e Magyar sembrerebbe aver capito che supportare l’Unione e portarla ad assumere determinate decisioni è un modo per risolvere innanzitutto i problemi dell’Ungheria.Il nuovo corso ungherese potrebbe dunque segnare il passo nei rapporti con l’UE dopo anni di contenzioso con il governo Orbán, allentando le tensioni storiche e affrontando varie criticità nel contesto dei processi decisionali europei.Tra queste, la presenza del requisito dell’unanimità, che ha permesso ai singoli Stati membri di tenere in ostaggio la politica estera comune.L’Unione europea, d’altro canto, dovrà incoraggiare lo slancio riformistico del nuovo premier, sostenendone le riforme e sbloccando i fondi destinati a Budapest.Anche sul piano interno le criticità non mancano.La vittoria di Magyar dovrà misurarsi con l’influenza delle strutture di potere radicate negli ultimi 16 anni e occupate da uomini fedeli all’ex premier, un edificio oligarchico pronto a fare resistenza a qualsiasi cambiamento.