Il ritorno alle scuole o classi speciali per gli studenti con disabilità, è un tema ciclicamente presente nel dibattito pubblico. Il Centro Studi Erickson, nel novembre 2025, ha reso noti, in merito, i risultati di un sondaggio effettuato tra i docenti della scuola italiana, dal quale è emerso che il 27,1% degli stessi sarebbe favorevole ad un modello “a tre vie”, in base al grado di disabilità degli studenti: scuole speciali per disabili gravi, classi speciali per disabili medi, inclusione per disabili lievi. Il report, che ha visto dati molto in crescita rispetto alla precedente rilevazione, è stato variamente interpretato. Buona parte dei commentatori ha posto l’accento sul fatto che i docenti, sia curricolari che specializzati sulla inclusione, non dispongono in realtà di elevate competenze tecniche per favorirla. Altri ancora hanno rilevato che le classi numerose, la diffusa precarizzazione, il carico burocratico crescente che grava sugli insegnanti, tendono a far ritenere l’inclusione quasi come un peso in più.Un’analisi articolata di questo report esigerebbe, naturalmente, maggiore spazio. Si dovrebbe riflettere, in primo luogo, sulle cause strutturali della questione. Forse, considerando che l’inclusione richiede, per essere realizzata, un contesto comunitario, mentre l’attuale processo sociale non è comunitario, buona parte della spiegazione potrebbe essere reperita così. Quello che mi propongo di fare, in questa sede, è tuttavia solo provare a indicare alcuni motivi per cui l’inclusione scolastica dovrebbe essere difesa. Non basta infatti sostenere che da cinquant’anni, almeno in Italia, si è intrapresa questa strada, per cui non si può più tornare indietro. Bisogna ragionare sempre in maniera approfondita sulle questioni, almeno nei loro elementi essenziali: soltanto dopo sarà possibile decidere in maniera consapevole.Per ragionare sugli elementi essenziali di un ente, è utile domandarsi il fine di quell’ente. Il fine, infatti, ne chiarisce spesso la natura, ossia l’essenza (Aristotele). Anche la scuola è un ente. Il suo fine è l’educazione di tutti gli studenti, soprattutto di quelli che fanno più fatica, dato che gli studenti bravi, specialmente quando sono grandicelli, imparano anche da soli (Esiodo). Se il fine della scuola è la migliore educazione di tutti gli studenti, ossia il farli diventare eccellenti esseri umani mediante l’insegnamento di contenuti culturali, appare evidente che l’elemento più importante della scuola sono gli studenti. Chi insegna è infatti principalmente uno strumento per il fine della migliore realizzazione dei propri allievi, e lo strumento è sempre meno rilevante del fine. Di ciò occorre essere consapevoli, se si desideraesercitare in maniera corretta la propria funzione.Si tratta ora di valutare: nel complesso, il processo educativo si svolge meglio se gli studenti disabili sono separati dagli altri studenti, oppure se sono inclusi? Qualcuno potrebbe ritenere che il problema oggi, in Italia, non si pone, dato che le scuole speciali sono poche, e le classi differenziali sono state abolite. Il problema, invece, sussiste. Frequentemente, infatti, gli allievi disabili sono portati fuori dall’aula per motivi didattici non sempre chiari (spesso per non “disturbare gli altri”); diffuso risulta anche il loro raggruppamento, insieme ai compagni con DSA, nei banchi in fondo, in un’area gestita dal docente di sostegno (sempre per non “disturbare gli altri”); assai abituale è inoltre la creazione, in una stessa classe, di gruppi omogenei, in cui certi lavori sono effettuati ad un livello medio-alto dai “bravi”, coordinati dal docente curricolare, e ad un livello medio-basso dai “meno bravi”, coordinati dal docente di sostegno, talvolta in un’altra aula, con una prassi che, oltre ad essere di scarsa utilità, risulta sicuramente non inclusiva.Per valutare, in ogni caso, se il processo educativo si svolge meglio quando gli studenti disabili sono separati dagli altri studenti, possiamo considerare le cose dai due punti di vista, ovvero quello degli allievi disabili prima, e degli allievi “normotipici” poi (sebbene tale divisione sia, di per sé, piuttosto arbitraria, come avrebbe pensato anche Platone, il quale appunto criticava ogni generica cesura concettuale, come quella tra greci e barbari).Per quanto concerne gli allievi disabili, esaminando le due dimensioni principali del processo educativo, ovvero l’apprendimento e la socializzazione, esiste un elevato numero di ricerche, univoche nei risultati, nonché condivise dalle più importanti istituzioni internazionali, le quali indicano che chi ha, per qualsiasi motivo, qualche difficoltà, impara meglio se studia insieme a tutti gli altri, oltre a socializzare in maniera più completa.Per quanto concerne gli studenti “normotipici”, anche in questo caso si può affermare che l’apprendimento, in un contesto inclusivo, non è affatto ostacolato (si imparano anzi metodi di spiegazione alternativi), e che la socializzazione, più ampia, risulta indubbiamente favorita. Ciò nonostante, il timore che la presenza di allievi disabili rallenti il completamento del programma, fa sì che una discreta parte di genitori resti convinta che i propri figli imparerebbero meglio in classi omogenee, ovvero in contesti “meno problematici”. Questa credenza diffusa non tiene tuttavia conto del fatto che, nella vita, si impara principalmente dai problemi, ossia dal risolvere situazioni complesse. La realtà, inoltre, non è quasi mai costituita da ambienti uniformi. Per quale motivo allora, a scuola, si dovrebbe far finta che poi, nel mondo, non vi saranno persone con funzionamento differente, e che la vita sarà tutta una strada pianeggiante? Cosa penseremmo, in merito, di un allenatore di ciclismo che volesse far diventare il proprio allievo un campione nelle corse a tappe, ma ritenesse di farlo allenare solo in pianura, per non creargli problemi? Penseremmo, come minimo, che non se ne intende, perché nelle corse a tappe ci sono salite, discese, sterrati, per cui alle prime difficoltà l’allievo vi si scontrerebbe duramente, impreparato ad affrontarle. La scuola, educando in modo inclusivo, può invece formare per tempo alla vita reale.Occorre infine considerare che se i giovani non fossero posti tutti in relazione tra loro a scuola, non si conoscerebbero nemmeno. Ciò, verosimilmente, prefigurerebbe per i disabili, separati in scuole o classi speciali, dunque sentiti come un corpo estraneo dalla società, un futuro in istituti speciali, ledendo in tal modo il loro diritto, pur costituzionalmente garantito, di poter vivere negli stessi contesti di tutti.luca.grecchi@unimib.it