È venuto il momento che la diaspora ebraica faccia sentire la sua voce. Nel caos brutale, in cui sta sprofondando il mondo, il governo Netanyahu ha delle responsabilità su cui non è possibile tacere, sperando che “passi la nottata”.Il 30 marzo è stata votata in Israele la prima legge razziale in una democrazia occidentale. Un terrorista palestinese che uccide un ebreo israeliano va impiccato, un terrorista ebreo che uccide un palestinese no. La formulazione del testo è naturalmente più ricercata. Prevede che “chiunque causi la morte di un cittadino israeliano con l’intento di mettere fine all’esistenza dello stato d’Israele sarà condannato a morte o all’ergastolo”. Nel territorio dello stato d’Israele il palestinese accusato, che sia cittadino israeliano, sarà giudicato da un tribunale civile, che potrà commutare la pena in ergastolo ma in ogni caso ha la facoltà di emanare una condanna a morte a semplice maggioranza del collegio giudicante. In Cisgiordania, invece – territorio sotto occupazione militare – la pena di morte per il palestinese sarà automatica: nei tribunali militari non ci sarà modo di fare appello, ottenere la grazia o la commutazione della pena. L’impiccagione andrà eseguita entro 180 giorni. Una legislazione “dichiaratamente razzista” si può leggere sul Corriere della Sera, che non è precisamente un giornale di Hamas.Soltanto la Corte Suprema potrà bloccare o modificare la nuova normativa. Alla vigilia della votazione alla Knesset i governi di Francia, Germania, Italia e Inghilterra avevano espresso “profonda preoccupazione” per il carattere discriminatorio della legge, invitando i parlamentari israeliani a non proseguire. Dopo l’approvazione della norma, festeggiata pubblicamente con champagne dal ministro Ben Gvir, reazioni allarmate sono venute da parte della Commissione Ue, dell’Onu e di varie organizzazioni in Israele e all’estero, fra cui un appello di Pax Christi e cento esponenti cattolici.Al governo israeliano le proteste interessano poco: confida nel fatto che nel succedersi turbinoso delle crisi in atto sulla scena internazionale l’evento passi in secondo piano e sia poi accettato come una spiacevole realtà non modificabile. Quanto sta succedendo in Israele pone tuttavia le associazioni ebraiche della diaspora dinanzi ad una scelta non più rinviabile. E’ possibile continuare a tacere dinanzi al fatto che il “focolare ebraico” ha imboccato nell’ultimo biennio la strada di una distorsione dei valori più profondi dell’ebraismo e dell’umanesimo? Invocare lo scudo della lotta all’antisemitismo di fronte a qualsiasi critica, condanna o possibile sanzione, che si manifesti nella comunità internazionale a fronte della rotta suprematista imboccata dal governo israeliano, non funziona più.Non è un caso che gli esponenti più sensibili della cultura ebraica parlino di un “suicidio di Israele”.Sono emersi tre elementi, che turbano profondamente l’opinione pubblica internazionale e angosciano soprattutto quanti hanno sempre avuto rapporti di affetto, amicizia o vicinanza spirituale con il mondo ebraico: la legge razzista sui “terroristi palestinesi”, la cancellazione ufficiale da parte del governo Netanyahu del patto fondativo di Israele che prevedeva e prevede sempre la nascita parallela di uno Stato di Palestina, l’ondata sistematica di pogrom in Cisgiordania. Tutto ciò non può passare sotto silenzio ed essere considerato alla stregua di normali scelte politiche o militari di Israele nei confronti delle quali non toccherebbe alla diaspora ebraica esprimersi.Pogrom, la parola russa che esprime violenze e devastazioni, è ciò che gli ebrei dell’Europa orientale hanno sperimentato per secoli nei loro quartieri o villaggi. Noi in Italia abbiamo sperimentato nel Novecento un tipo di pogrom politico: il biennio nero del 1921-22 quando mese dopo mese le squadracce fasciste aggredivano, malmenavano, uccidevano, umiliavano esponenti socialisti, comunisti e anche popolari e repubblicani, devastando sedi di partito e sindacato, giornali, circoli culturali, cooperative. E’ esattamente quanto avviene sistematicamente da due anni in Cisgiordania nei confronti della popolazione palestinese, nella totale impunità delle squadracce dei coloni ebrei che devastano campi, case, uliveti, mandrie, strade, strumenti agricoli, macchine di irrigazione o di elettricità, uccidendo e ferendo nella totale indifferenza dei militari israeliani. I morti sono già oltre mille (200 i bambini).La cosa orrenda è che contro i palestinesi gli aggressori urlano una parola d’ordine, che suonano una bestemmia sulla bocca di ebrei, i cui avi fuggirono da persecuzioni: “Andate via (voi palestinesi, ndr)! Non è la vostra terra!”. Due voci chiamano oggi, con la loro testimonianza, l’associazionismo ebraico italiano a esprimersi. La prima è di una grande personalità ebraica sopravvissuta ad Auschwitz: Liliana Segre ha riconosciuto pubblicamente che l’esercito israeliano ha commesso crimini di guerra a Gaza. L’altra è la voce del presidente della Repubblica Mattarella, che ribadisce il diritto dei palestinesi ad un loro “focolare”.A Pasqua del 2025 Noemi Di Segni, allora presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane, inviò ai concittadini cristiani un messaggio con l’augurio di ricordare sempre che “ogni essere umano è creato ad immagine di D-io”, sapendo “guardare all’altro come persona, con la dignità che merita ogni essere vivente”. Parole impegnative che vanno realizzate in Israele, Gaza e Cisgiordania. Anche giudicando il governo israeliano. Perché la storia insegna che i silenzi lasciano sempre un’ombra.(Nota bene: nel linguaggio religioso ufficiale dell’ebraismo si scrive in italiano “D-IO” , perché il suo nome sarebbe in realtà da non pronunciare)L'articolo È venuto il momento che gli ebrei della diaspora alzino la voce su Israele e Cisgiordania proviene da Il Fatto Quotidiano.