Per la Us Navy la soluzione al problema delle mine nel Golfo sono i robot

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Nel delicato equilibrio del Golfo, la riapertura dello Stretto di Hormuz si gioca oggi su un terreno meno visibile ma decisivo: quello della guerra contro le mine. Mentre le tensioni tra Washington e Teheran restano elevate, il Pentagono ha avviato un’operazione discreta ma significativa, impiegando droni navali per bonificare i fondali e consentire una graduale ripresa del traffico commerciale.La mossa arriva dopo l’ennesimo stop imposto dai Pasdaran, che nel fine settimana hanno dichiarato nuovamente chiuso il passaggio e aperto il fuoco contro almeno due navi civili. Una dimostrazione di forza che smentisce, nei fatti, le aperture diplomatiche dei giorni precedenti e ribadisce la capacità iraniana di condizionare uno dei “choke point” più cruciali al mondo.Secondo fonti militari statunitensi, le operazioni di contromisure alle mine coinvolgono una combinazione di piattaforme con equipaggio e sistemi unmanned. Al centro dello sforzo vi sono veicoli di superficie e sottomarini senza pilota, dotati di sonar avanzati in grado di scandagliare rapidamente il fondale senza esporre personale umano. Tra questi, il Common Uncrewed Surface Vessel sviluppato da Rtx Corporation e i droni subacquei Mk18 Mod 2 Kingfish e Knifefish prodotti da General Dynamics.L’obiettivo immediato non è una bonifica totale, ma la creazione di corridoi sicuri. In un primo momento, spiegano gli analisti, è possibile mappare porzioni ristrette dello stretto in pochi giorni. Successivamente, una seconda ondata di sistemi autonomi può neutralizzare gli ordigni individuati, tramite detonazioni controllate o attivazioni a distanza. Una volta aperta una singola rotta, il traffico potrebbe riprendere, seppur in forma limitata e sotto protezione militare.La dimensione del rischio resta tuttavia incerta. Funzionari americani hanno fornito valutazioni divergenti sul numero di mine effettivamente posizionate. Secondo diversi esperti, Teheran avrebbe optato per un approccio a bassa visibilità, utilizzando piccole imbarcazioni civili per disseminare un numero relativamente contenuto di ordigni, probabilmente nell’ordine di qualche decina. Una strategia coerente con l’obiettivo di massimizzare l’effetto deterrente senza esporsi a un’escalation diretta.Il vero ostacolo, infatti, non è tanto la quantità di mine quanto la percezione del rischio. La minaccia di attacchi, più che la presenza accertata di ordigni, continua a scoraggiare gli armatori. Non a caso, molte delle poche navi che hanno attraversato lo stretto negli ultimi giorni lo hanno fatto seguendo rotte imposte dall’Iran, più lunghe e congestionate, lungo la propria costa.Per Washington, la bonifica rappresenta quindi anche uno strumento di pressione strategica. Dimostrare la capacità di riaprire lo stretto senza concessioni iraniane potrebbe indebolire la leva negoziale di Teheran e spingerla verso il tavolo dei negoziati. Ma il percorso appare complesso. Anche nel caso di successo iniziale, la creazione di convogli protetti richiederebbe settimane e ridurrebbe drasticamente i volumi di traffico rispetto ai livelli pre-crisi.Il precedente storico è quello della cosiddetta “Tanker War” negli anni Ottanta, quando la Marina statunitense scortava le petroliere nel Golfo. Oggi, tuttavia, la flotta americana è numericamente più ridotta e sottoposta a una pressione operativa maggiore, fattori che complicano la sostenibilità di un’operazione prolungata.Nel frattempo, il mercato resta in attesa. Le dichiarazioni ottimistiche del presidente Donald Trump, secondo cui le mine sarebbero già state rimosse, sono state accolte con scetticismo dall’industria dello shipping. Gli operatori continuano a considerare l’area ad alto rischio, segnalando come anche una minaccia limitata sia sufficiente a paralizzare uno snodo da cui, in condizioni normali, transitano oltre cento navi al giorno. In questo contesto, i droni navali emergono come un moltiplicatore di capacità, ma non come una soluzione definitiva. Possono accelerare le operazioni e ridurre i rischi umani, ma non eliminano l’incertezza strategica che grava sullo stretto.