La riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran segna un passaggio rilevante nella crisi in corso, con effetti immediati sui mercati energetici e nuovi sviluppi sul piano diplomatico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accolto la notizia con entusiasmo, pur confermando il mantenimento del blocco navale americano. Intanto, il prezzo del petrolio registra un calo significativo, scendendo sotto i 90 dollari al barile.Secondo quanto annunciato da Washington, un’intesa con Teheran per porre fine al conflitto sarebbe ormai vicina. Un nuovo ciclo di negoziati dovrebbe svolgersi lunedì a Islamabad, già sede dei primi colloqui. Rimane però aperta una questione centrale: il destino dell’uranio arricchito iraniano. “Sarà nostro”, ha dichiarato Trump, ricevendo però una netta smentita da parte della Repubblica Islamica. Nonostante le incertezze, la tregua attualmente in vigore fino al 21 aprile contribuisce a congelare le tensioni, lasciando intravedere possibili sviluppi.La decisione di Teheran di consentire nuovamente il transito nello Stretto, fondamentale per circa il 20% del commercio globale di petrolio, arriva dopo il cessate il fuoco tra Libano e Israele. L’apertura al “passaggio per tutte le navi commerciali” ha avuto un impatto immediato: il greggio è sceso fino a 88 dollari, alimentando aspettative di un alleggerimento della pressione sui prezzi dei carburanti. La ripresa del traffico sarà graduale, ma i mercati hanno reagito positivamente.Trump ha rivendicato il risultato come un successo della politica statunitense: “L’Iran ha riaperto lo Stretto e non lo chiuderà mai più”. Parallelamente, ha chiarito che l’intesa non è legata alla questione libanese: “Questo accordo non è in alcun modo subordinato alla questione libanese, ma gli Stati Uniti collaboreranno separatamente con il Libano e affronteranno la situazione di Hezbollah in modo appropriato. Israele non bombarderà più il Libano”. Nonostante l’ottimismo, gli Stati Uniti manterranno il dispositivo militare nell’area. “Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran fino a quando l’accordo non verrà firmato. Questo processo dovrebbe svilupparsi molto rapidamente, la maggior parte dei punti sono già stati negoziati”, ha precisato Trump. Le trattative proseguono con la mediazione del Pakistan e, secondo indiscrezioni, si basano su un memorandum preliminare di tre pagine che definisce le linee guida per un accordo da concludere entro due mesi.Da parte iraniana, tuttavia, emerge una posizione più cauta. Una fonte citata dall’agenzia Fars ha avvertito: “Se il blocco statunitense continuerà, sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e lo Stretto di Hormuz resterà chiuso”. Una dichiarazione che appare più come una presa di posizione negoziale che come un’indicazione operativa immediata. Teheran sottolinea inoltre che, pur riaperto, il traffico nello Stretto resterà sotto il controllo dei Pasdaran. Il tema più delicato resta quello dell’uranio arricchito al 60%, circa 400 chili che potrebbero essere ulteriormente lavorati fino al livello necessario per un utilizzo militare. Trump ha ribadito l’intenzione di trasferire il materiale negli Stati Uniti, escludendo il pagamento di 20 miliardi di dollari ipotizzato da alcune fonti. “Andremo in Iran senza fretta, con grandi macchinari, e inizieremo a scavare. Riporteremo la polvere nucleare negli Stati Uniti. Verrà recuperata molto presto”, ha affermato.Le informazioni disponibili indicano però una situazione meno definita. Secondo fonti israeliane, all’interno del sistema iraniano non vi sarebbe una posizione unitaria. Il ministero degli Esteri di Teheran ha ribadito con fermezza la propria linea: “da nessuna parte. L’uranio arricchito dell’Iran non verrà trasferito da nessuna parte”. Il portavoce Esmaeil Baqaei ha poi aggiunto: “Desidero precisare che l’uranio arricchito iraniano non verrà in alcun modo trasferito da nessuna parte. Così come il suolo iraniano è importante e sacro per noi, allo stesso modo questa questione riveste per noi una grande importanza”.Parallelamente al dossier mediorientale, in Europa si è discusso di misure per affrontare il caro energia e c’è da mettersi le mani nei capelli. Una bozza del piano Save Energy EU prevede interventi su mobilità e lavoro, tra cui l’incremento dello smart working — almeno un giorno a settimana — e il suo utilizzo obbligatorio nel settore pubblico dove possibile. Tra le proposte – tragicomiche – figurano anche limiti di velocità più bassi, incentivi al trasporto pubblico e ferroviario, oltre a misure per favorire forme di mobilità alternativa come biciclette e mezzi elettrici leggeri.La Commissione europea ha suggerito inoltre restrizioni all’uso dell’auto nelle aree urbane, con giornate senza traffico, corsie dedicate e agevolazioni per il car sharing. Viene anche ipotizzata una riduzione dei viaggi di lavoro in aereo. In questo contesto, emerge una linea d’azione che, più che puntare esclusivamente su soluzioni strutturali, sembra fare leva su limitazioni e cambiamenti nei comportamenti quotidiani. Una risposta che, letta in controluce, appare quasi paradossale: mentre sul piano internazionale si lavora per riaprire rotte strategiche e stabilizzare i mercati, a Bruxelles si valutavano misure che evocano scenari già visti, con cittadini invitati — se non costretti — a ridurre spostamenti e consumi. Una strategia che rischia di apparire, a tratti, più difensiva che risolutiva, e che qualcuno potrebbe definire, senza troppi giri di parole, tragicomica.Franco Lodige, 18 aprile 2026L'articolo Hormuz riapre, Trump esulta. Ma Bruxelles pensava a chiuderci in casa proviene da Nicolaporro.it.